La montagna mediterranea

Lunedì 9 febbraio 2004 on The Beach by night, estensione fiumeggiante del Premio Grinzane Cavour (per Meno Due – Torino 2006), nella mitica zona dei Murazzi di Torino, è stato qui con noi il funambolo del pensiero e della parola, scrittore attore regista improvvisatore ironico inarrestabile, Alessandro Bergonzoni.

Era una bella notte quella notte e soffocavo dalle risate perché oltre tutto ero raffreddato e le mie orecchie erano già aperte al massimo, però io mica sapevo che avrei dovuto scrivere una recensione sul Bergonzoni, poffarbacco! E allora non avevo il registratore e il notes rimasto a casa era a giocar a nascondino con la biro nera, però ridendo ridendo mi sono fuso in allegra compagnia perché non pensavo che qui sotto la Mole, che più sopra ha le Alpi (per le quali ancora non so cosa provo, troppo il mare io adoro), così tanto sfinirsi si potesse d’allegria.

Così parlò Bergonzoni e le Olimpiadi della neve presero anima scatenata e bolognese corpo lassù sulla montagna misteriosamente montagnosa. Per dindirindina come l’ha immaginata! Ci ha travolti nella sua valanga di riso bianco condito con alessandrini giochi di parole e irresistibili calembour. Esilarante scacciapensieri caleidoscopico fulgido eroico mistico monologo che si è stagliato che neanche Macario avrebbe avuto da ridire e nemmeno Gambarotta che forse non c’era perché era in bicicletta chissà dov’era chi lo sa?

E in punta di dita cerco di trasmettere con queste parole (la voce, la mimica, l’estro istrionico di Alessandro Bergonzoni sono inimitabili). «Chi vuol essere lieto, lieto scia». Tutti gli altri vengano con me al mare.

Ma le rocce, le pietre, le piante delle balcaniche montagne quanto piacciono al professor Predrag Matvejevic’! E questo grande amore lo leggi nei suoi occhi e nei colori della sua voce, così ricca di intonazioni francesi giacché è stato docente di Letteratura Francese all’Università di Zagabria e di Letterature comparate alla Nouvelle Sorbonne – Paris III. La sua non è la montagna del divertimento e dello sport, è un’altra declinazione ancora rispetto a quella saggiamente insolente di Bergonzoni. Poiché la mia memoria fa Giacomo Giacomo come le gambe quando non ricordano di aver smarrito la strada, una scheggia di bergonzoniano pensiero ve la riferisco con un po’ di libertà e un pizzico di a la manière de Stefano Benni: i soccorritori sull’elicottero dovrebbero rifiutarsi di prendere nel ventre del loro uccello a pale rotanti chi si è messo volontariamente nei guai soltanto per superficiale esibizionismo di doti atletiche e rocciatorie inesistenti. Si sono cacciati nei guai e allora che si arrangino! Invece la dettagliatissima e ispirata dissertazione di Matvejevic’ ci fa rivivere l’anima materiale e molecolare di ognuna delle pietre che compongono le amate colline e i monti balcanici da cui proviene. Svettano e discendono verso il mare al quale egli ha dedicato Breviario Mediterraneo e MediterraneoUn nuovo breviario, Il Mediterraneo e l’Europa – lezioni al College de France, Isolario del Mediterraneo. E quando le piante cambiano, o improvvisamente spariscono soccombendo alla sola roccia, incantano con colori mutevoli a seconda delle ore del giorno e della notte, di stagione in stagione liberano profumi, sapori ed è la presenza o l’assenza di vegetazione a delimitare i perimetri tra gli Stati e le popolazioni che appartengono a quei luoghi. La Natura ha già indicato il proprio confine geografico dal profondo della sua intima essenza, da innumerevole tempo e ancor prima del costituirsi delle civiltà e delle società create dall’uomo. Non ha delimitazioni tracciate a tavolino. «Le frontiere vere del Mediterraneo non sono statali, non sono neanche storiche. Le frontiere vere del Mediterraneo sono, per esempio, l’ulivo, il mandorlo, il fico, il melograno. Fin dove va il fico senza diventare selvaggio è il Mediterraneo. Fin dove va il melograno senza diventare acido è il Mediterraneo. Fin dove va l’ulivo e sull’altra sponda la palma». Ogni frammento di roccia, fiore e pianta della sua terra, rivive con partecipe musicalità mentre Predrag Matvejevic’ ritraduce al volo nel suo particolarissimo e fine italiano le proprie riflessioni scritte in francese, incantandoci, dando nuova linfa alla nostra appartenenza al medesimo mondo antichissimo, geologicamente mutevole e immenso. Gli occhi di noi cittadini di poco ospitali metropoli confondono nel medesimo grigio anonimato tutte le pietre, equiparandole alle abituali e smorte tinte dello smog e del cemento. Oppure, se ne apprezziamo i loro diversi colori, sagome e molteplici volumi, caldo, freddo, ruvido, liscio, l’emozione provata al tatto che ci fa sentire ignoranti senza che tuttavia ci interroghiamo su quale sia il loro nome, la loro provenienza geografica, il loro viaggio di roccia sbattuta, sagomata dal vento, trafitta a morte dal fulmine, rotolata a valle finendo nel fiume, trascinata dall’incessante fluire delle acque nel mare. Infinite mutazioni della pietra che per secoli, millenni, ere geologiche e proto preistoriche ci dicono chi siamo, da dove proveniamo e come finiremo.

«Fin dove va un vento? Un vento leggero, una brezza, ossia un vento duro, una bora, per esempio, nell’Adriatico? Fin dove vanno alcuni sapori, alcuni odori che non si trovano più nel continente, alcune erbe, proprio erbe mediterranee? Si viene così in uno spazio e subito si è inebriati di questi sentimenti, di questi sapori, di questi odori. Questo mi sembra essere la caratteristica essenziale che non si può spaccare. Bisogna dire anche che talvolta il Mediterraneo penetra abbastanza profondamente nel continente. Talvolta sembra finire sul primo promontorio. Dopo il primo promontorio, così, sembra iniziare una specie di retroterra. Già la gente prende un altro cibo, volta le spalle al mare, teme il mare. Talvolta questo capita proprio alla vicinanza del mare. Ci sono tanti proverbi, per esempio siciliani: “Chi sa pregar non vada al mare”. Queste sono le vere frontiere. Le vere frontiere dunque non sono quelle che sono nei tracciati politici, nelle carte geopolitiche, ma quelle che sono nella nostra sensibilità. Questa sensibilità si crea. Noi crediamo che talvolta si nasce con questa sensibilità. Sì, c’è qualche cosa che forse è iscritta nelle nostre schede genetiche, dai nostri genitori, dai nostri parenti, dai nostri avi. Ma c’è qualche cosa che si acquisisce. Ognuno non ha stessa capacità di acquisire questo. Ma credo che si può diventare mediterraneo pur non essendoci nato. Ci sono tanti grandi specialisti che hanno scritto bellissimi libri sul mare, poesie del mare, pur non essendo di nascita mediterranei. Dunque la mediterraneità può essere acquisita, può essere trasmessa, può essere adottata in qualche modo. E noi potremmo fare in modo che sia adottata nel miglior modo, quello che proprio determina le culture mediterranee. E quando dico le culture non penso soltanto a quello che è scritto nei libri. Penso anche ai comportamenti, agli usi e agli abusi che caratterizzano la vita del Mediterraneo. Penso ai cibi mediterranei, penso al pesce, penso alla pesca. Ecco, queste sarebbero una piccola spiegazione del come vedere la frontiera nell’ambito mediterraneo»[i].

Ma i confini sono anche i monti, le rocce, le pietre.

Pietre dell’odio e dell’esilio. Predrag Matvejevic’ è nato a Mostar, in Bosnia. Madre croata e padre russo gli diedero la vita; al folle deflagrare genocida della guerra che sventrò l’ex Jugoslavia decise di emigrare in Francia, tra il 1991 e il 1994. Avendo scelto di vivere «tra asilo ed esilio», dal 1994 ha lavorato in Italia ed è stato professore ordinario di Slavistica all’Università La Sapienza di Roma. Testimonianze delle sue profonde e vibranti riflessioni sulle «Frontiere maledette frontiere»[ii], anche al di là della tragedia balcanica, sono gli altri suoi libri Epistolario dell’altra Europa, Sarajevo, Ex Jugoslavia. Diario di una guerra, Mondo Ex e tempo del dopo, Tra asilo ed esilio, I signori della guerra.

Regista, sempre presente, ed entusiasta guida nel nostro viaggio dentro le inedite sfaccettature delle montagne viste con occhi liberi dall’eurocentrismo, è il presidente del Premio Grinzane Cavour, Giuliano Soria. Il Grinzane è «non solo premio ma movimento aperto alla cultura in tutte le sue infinite manifestazioni» che «interpreta le Olimpiadi del 2006 come un’ulteriore occasione per proporre e valorizzare Torino a livello internazionale come città della cultura».

Evelina Christillin, vicepresidente vicario del Comitato Organizzatore di Torino 2006 (TOROC), è stata coinvolta, pericolosamente oltre il suo ruolo istituzionale, nella multiforme imprevedibile dialettica di Alessandro Bergonzoni ed è stata presa ancora di più di mira da Giorgio Conte, chansonnier poetico e umorista dalle sornione punture verbali. Con la voce, una chitarra e toni vagamente crepuscolari racconta storielle ironiche, mescolando in un apparentemente semplice concubinato le influenze popolari della sua terra astigiana, il jazz anni Cinquanta e Sessanta, suadenti illusioni dal sabor latino. Il medesimo frac utopicamente in comune, monopolizzato sempre dal fratello Paolo, lo “costrinse” a vestirsi un po’ casual, vedendosi così recensito al suo debutto francese quale promettente cantante alla George Brassens in tenuta da idraulico. Storie di amori infelici, mai tristi, con quel pizzico di sostenibile leggerezza dell’essere abbandonato – sì lasciato proprio da solo – ma è soltanto una parentesi ritmica, per alla fine non prendersi troppo sul serio e ricominciare, magari duettando con una bionda seduta lì accanto, sciatrice di slalom e di slalom gigante che in una brillante volata Seul/Torino ha portato con sé l’assegnazione dei XX Giochi Olimpici Invernali. Una bionda che a Giorgio Conte, il narratore di Dire, fare, baciare, ispira gustosi imprevisti duetti.


[i] Predrag Matvejevic’, Breviario mediterraneo, «Il Grillo», 4 aprile 2001; puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico Umberto I di Napoli.

[ii] Predrag Matvejevi’c, Frontiere maledette frontiere, «L’Unità», 26 settembre 2001

Massimo Eugenio de Luca

10 febbraio 2004

Link: 15 maggio 2019

Altri miei testi

Giocando con Ivano

Ho solo queste carte da decifrare.

Era ancora inverno e questa canzone esisteva solo nei tuoi pensieri, ma come aria che «circonda e che si spande per la stanza» risuonava. «Perché la musica è così: è liquido denso che si attacca alla pelle, e che entra nel cervello, nelle molecole. E nell’Anima».

Buio, tranne quella piccola luce sul pianoforte, in quelle silenziose notti a tu per tu con quel tuo «amico di legno nero, lucido». È «sempre lì, non puoi fare finta di non vederlo: non puoi riporlo in un bell’astuccio, e nasconderlo in un angolo. È sempre lì. Che ti parla in silenzio anche se ti tappi le orecchie».

Un amore finisce se si dimostra labile. «Non era un amore qualunque, sembrava quello giusto, quello che poteva durare, e invece…». T’incantavi, ti disincanti «scivolo come le acque delle regioni senza vento quanto amore andò sprecato amando – disanimando ti ricorderai di me? ti ricorderai?».

Discanto «colpisce il cervello come un asteroide e arriva allo stomaco come un colpo di maglio senza passare dal cuore». «Un piccolo scrigno di saggezza per guidarci in un cammino accidentato e rischiararci l’anima con discorsi leggeri, dopo la fatica del far crescere la vite, raffigurata in modo quasi speculare dal suo avvinghiarsi ed attorcigliarsi intorno ad un banalissimo palo conficcato nel terreno. Di questo si vive, e di tant’altro ancora; finite le parole, continua la musica, beffarda eco di quella che è stata la vita di un uomo e che risuona nel mondo e nella vita di altri uomini come un severo monito che ricorda il monastico memento mori; e tutto si perpetua, allo stesso tempo uguale e disuguale, lento e veloce, tonico e distonico, canto e discanto; in perenne caduta libera, come gli atomi di Democrito. Finché un giorno un atomo…».

Sei un visionario che vede «quello che non c’è». Sogni «una macchina che riavvolge il tempo».

«Io vedo chiaramente quello che ho d’intorno. Vedo senza aiuto. E meglio senza occhiali».

Un ricordo e ringraziamento per il tuo concerto ieri sera al Teatro Colosseo, a Torino.

Ho citato scegliendo alcune parole di coloro che, sul sito di Ivano Fossati, hanno adottato le proprie canzoni preferite, spiegandone il motivo.

Massimo Eugenio de Luca

22 febbraio 2012

Link 15 maggio 2019

Altri miei testi

Stefano Benni alla Sirenella

Alessia e io iniziamo a trattare con due enormi buttafuori sulla fondamentale questione: fare la tessera ARCI è obbligatorio per poter sentire, quell’unica sera al Circolo La Sirenella di Bologna, Stefano Benni? «Ma lasciateli passare, che sono fidati!», il Lupo ci toglie dall’impiccio e ci fa sentire la sua grande delusione che ormai ha già virato in incazzatura: Eugenio Riccomini, storico dell’arte molto noto e apprezzato, è a Roma per presentare un suo libro e ha lasciato, senza preavviso, l’autore de Le lingue affacciate sul mare privo di un’adeguata spalla. Così la chiacchierata, preludiante alle tante lingue del mare nostrum et bennianum, viene fatta da un abituale responsabile del circolo (età media dei soci: sopra i sessanta), che racconta qualche amena ovvietà sui popoli che si affacciano sul Mediterraneo. E il Lupo freme quale alto mare irato, riscrive, corregge, taglia brani interi che non sono più tutti quelli che avrebbe voluto raccontarci. Già perché anche il suonatore di oud ha detto a Benni il secondo “non posso essere qui con te, il 23 marzo, sera. Arrangiati”. Così, tutti, siamo stati privati dell’oratoria di Riccomini e delle melodie del poeta dell’oud; Odisseo, Poseidone, Shéhérazade e Sinbad non sono più evocati dal pizzico di 11 corde distribuite in 5 coppie con la stessa accordatura più un bordone singolo; una volta le corde erano di seta o di budello, attualmente sono più utilizzate quelle di nylon. Cassa sonora raffinatissima, nata da misteriosi legni pregiati antichi e profumati, ornata come un gioiello; magico suono dell’oud, le sue corde più spesse, scure, gravi, sensuali, quali incantesimi avrebbero nel nostro animo ispirato? Note che conobbero i caldi crepuscoli su Tangeri, l’antico perduto splendore di Beirut, l’alhambra, l’hammam, avrebbero dovuto raggiungerci alla Sirenella, per fondere arcane corde alla malia della voce di Stefano Benni. Perché il musicista libanese per noi non ha suonato? Perché egli qualche ora ha dovuto pur dormire prima di iniziare il turno, in un cantiere edile, alle quattro e mezza della medesima notte. Già, perché suonare e comporre musica non ti permette di vivere, è un lusso. Prima il cantiere…

Ed ecco Stefano il Lupo di mare declama, sussurra come rapida brezza, uragana come tempesta che butta un pescatore, Odisseo e Sinbad insieme, giù sempre più giù nei flutti ove, seduta stante, senza avvocato difensore d’ufficio, laggiù nel più profondo ventre del mare, i pesci lo processano. Di che cosa lo accusano? Lui, il temerario pescatore finito fuori bordo lungo una solitaria rotta sconosciuta, stava sempre più inesorabilmente affogando. Fratelli, sorelle, padri, madri, orfani dei tanti pesci mai più dai loro cari ritornati, l’hanno subito soccorso e portato lì dove, inspiegabilmente, respira. Lui, il pescatore che ha imbandito tantissime tavole di luccicanti corpi straziati dall’amo, vite innocenti soffocate dalle reti, carni, pinne, branchie, esseri viventi bolliti, saltati in padella, prelibatezze al forno, alla griglia! Anche loro, come noi umani, urlavano dolore, terrore, agonia, terrorizzanti sbattere di branchie, code, fino all’ultimo spasimo prima del rigor mortis, pesci, pescetti e pescioni che imploravano soccorso, aita! in tutte le lingue del Mediterraneo: ligure, toscano, napoletano, siciliano, marocchino, libico, tunisino, sardo, greco, turco… Perché tu, pescatore, pluriassassino, mai li hai risparmiati, soccorsi? «Perché io la loro lingua mica la capivo, non sapevo parlarla…». Adesso i pesci uccideranno il pescatore? Lo risparmieranno? Ebbene non c’è una storia sola, non c’è un finale solo e non c’è tempo per raccontarle tutte le infinite storie del mare nostrum. E come potrei ricordare i tanti nomi, più di cinquecento per l’acciuga il nostro Lupo ne ha trovati; come si chiamano e si pronunciano i venti, le barche, le tecniche, i pianti, le partenze, i lutti, le feste, le abbuffate, in ogni spiaggia del Mare Nostro Mediterraneo.

I nomi di cose, animali, emozioni tangibili e impalpabili amano essere parlati nel proprio dialetto di pancia e di profondo mare. E una marineria spiega malizie e soccorsi all’altra flotta, così i sardi che, fino a due generazioni fa temevano il mare, terrorizzati si tappavano occhi e orecchie con pelli di pecora, il mare immenso dava loro alla testa, evitarlo si deve!, dargli le spalle, il culo, la schiena. Poi impararono da altri pescatori venuti da fuori e si fecero coraggio. Ma il Lupo, in quarant’anni di fughe marinaresche nell’isolamento sardo, sa che i comandanti dei pescherecci possono anche non saper nuotare! E uno di loro rischiò l’annegamento, lui, colosso di 180 cm di pancia e muscoli divenne inerme piombo in 170 cm di mare e, se Stefano e uno dell’equipaggio lo ritirarono a bordo, salvandolo, quel marinaio lo accettò non così di buon grado perché fu sputtanato urbi et orbi il veterano dei pescatori, lui il celebre coraggioso vincitore di ogni tempesta, lui navigato e rotto a ogni esperienza, timoniere, nostromo, LUI NON AVEVA MAI IMPARATO A NUOTARE e piuttosto che ammetterlo avrebbe preferito affogare. Cosa gli hanno fatto, quale punizione tremenda gli hanno inflitto? Imparare a nuotare, tappandosi il naso. Lui imparò.

Ho assistito a una delle versioni di Sagrademari,piéce con varie collaborazioni da Stefano Benni reinterpretata: «è Ulisse stesso unitamente al suo alter ego più periglioso Sinbad a raccontarsi; laddove l’eroe non conosceva incrinature, qui ci appare impaurito, tremolante, implorante pietà; laddove l’uomo si ergeva ad unico mirabile rappresentante dell’umanità, qui viene catturato, dileggiato ed infine graziato dalle mostruose creature del mare che gli (di)mostrano tutta la sua innata disumanità. E vien da sé che lì dove era la parola, nella sua più pura accezione a doverne raccontare le gesta, qui occorresse cercare un linguaggio dissimile e dissomigliante, discorde e discordante, disuguale sino all’incomprensione, un esperanto maledetto che lasciasse trapelare il senso delle parole non dal “cosa vogliano canonicamente dire” bensì dal “come vengano effettivamente dette”».

Navigando tra le varie edizioni dello spettacolo, potete godere un assaggio della versione teatrale di Anna Garofalo, Serena Fortebraccio, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone, Teresa Vallarella, ossia le Faraualla.

Nel suo progetto, collaudato da tempo, Stefano Benni mette a confronto sei versioni della storia del marinaio Sinbad sullo sfondo del Mediterraneo, crocevia di culture e teatro di mille migrazioni antiche e contemporanee: contraltare musicale della sua narrazione è la tromba di Paolo Fresu, qui in compagnia del chitarrista francese (ma di origini vietnamite), Nguyên Lê. Raggiunto sul palco dal cantante e suonatore di oud tunisino Dhafer Youssef e, talvolta, dal chitarrista norvegese Eivind Aarset.

Sagrademaria Tokyo: Stefano Benni legge accompagnato da un’originale fusione di sonorità mediterranee e giapponesi. Un incontro tra oud, con l’esecuzione di Yuji Tsunemi, uno dei principali interpreti di oud giapponesi, e il koto. Le scenografie sono a cura del costumista teatrale Shingo Tokihiro e lo spettacolo viene accompagnato dalle video performance del regista Tomozo Yamazaki.

Massimo Eugenio de Luca

24 marzo 2004

Link: 13 maggio 2019

Sagrademari
Le Faraualla intrpretano Sagrademari

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