Humoreske op. 20, per pianoforte, di Robert Schumann

Dopo aver trascorso l’intera settimana al pianoforte, Robert Schumann scrive a Clara Wieck in una lettera dell’11 marzo 1839: “ho composto, riso e pianto allo stesso tempo; troverai l’impronta di tutto ciò nella mia grande Humoreske“.

Incessantemente confluiscono umori contrapposti: introverso, esuberante; meditativo, appassionato; il fraseggio intimo e cameristico diviene impetuoso e sinfonico; un canto etereo si scontra con un pesante e marcato ritmo di marcia.

Un filo intrecciato di gioia e dolore, congiunti in modo inestricabile, come senso profondo del lavoro, traccia e legame di collegamento, secondo la mescolanza più tipica dell’anima schumanniana:

già Eusebio e Florestano ne erano stati consapevoli nell’alternarsi alla ribalta dell’op. 6, le Danze dei compagni di David sul cui frontespizio Schumann aveva riportato un antico proverbio che incomincia: “in ogni tempo piacere e dolore si annodano insieme”; non diversamente, l’uccellino del Siegfried si proclamerà ancora “lustig im Leid”, “allegro nel dolore”, come simbolo araldico della nobiltà romantica più eletta. Giorgio Pestelli

È un caleidoscopio variegatissimo di immagini musicali inserito in un’ampia struttura che abbraccia un arco temporale di circa trenta minuti.[…]

Una continua, incessante mutazione di stati d’animo, rispecchiante la personalità tormentata e schizofrenica del musicista, caratterizza infatti il lavoro. Giulio D’Amore

Robert aspira alla felicità più pura e sognante, l’amore per Clara, ma deve fare i conti con la forte inquietudine romantica alla quale si somma la complessa patologia psichica: momenti di serenità alternati alle più cupe inquietudini. Scrive:

L’immagine di Clara si libra al di sopra di queste tenebre e mi aiuta a sopportare tutti i miei dolori.

Nel titolo riconosciamo la formazione letteraria del giovane Schumann: per Jean Paul Richter

“Humor” è individualità, originalità collegata all’ispirazione, rapida come una nuvola temporalesca

Questa bella metafora, ispirata alla Natura, ci porta fuori dalla stanza, a riconoscere nell’Humoreske gli echi del fiabesco universo di Eichendorff:

Impressioni di paesaggi lunari, squilli di corni di postiglione, visioni d’albe nascenti, apparizioni di romantiche rovine, e canti d’uccelli a ogni passo, lungo la via, in mezzo alla campagna verde.

Rispetto a Papillons op. 2, Davidsbündlertänze op. 6, Carnaval op. 9, caratterizzati da brevi scene sfavillanti, unite fra di loro da richiami e citazioni, l’Humoreske op. 20 amplia le prospettive delle scene che esprimono la

coerente interpretazione musicale di un universo poetico, in cui i motivi diversi e immagini disparate sono sempre legate tra loro da una fitta serie di reciproci rimandi e relazioni.

Per comodità di illustrazione si può considerare l'”Humoreske” formata da cinque sezioni. La prima è chiaramente riconoscibile per la sua struttura ciclica e concentrica: un episodio lirico e trasognato col quale ha inizio l’opera cede il posto a un altro di carattere contrastante – Molto vivace e leggero – e sfocia in un turbinoso movimento in cui predomina il tipico ritmo puntato schumanniano. A chiudere il cerchio ricompaiono, in ordine inverso, i primi due episodi. La seconda sezione è imperniata su un febbrile e tormentato disegno tematico che conduce progressivamente a un climax di agitazione e di pathos, per poi misteriosamente placarsi in una sorta di corale appena sussurrato. La terza sezione è in semplice forma ternaria. Il primo episodio – semplice e dolce – nasconde, sotto la linea melodica di struggente malinconia, un tessuto interno particolarmente articolato. L’Intermezzo provoca un brusco scarto espressivo con le sue incessanti e chiassose quartine di sedicesimi, quasi a contraddire, secondo il concetto di ironia romantica, il momento di abbandono e di smarrimento precedente. Ancora un tema di indubbia bellezza, ma questa volta aperto e sereno, introduce alla quarta sezione, improntata a una pungente vivacità, e che si conclude con un pomposo ritmo di marcia.

La Conclusione è un lungo commiato in cui la musica di Schumann sembra quasi ripiegarsi su sé stessa, in un intimissimo discorso interiore. L’ultima parola è però affidata a un brevissimo, fiammeggiante Allegro, spavaldamente impostato su una scala cromatica discendente. Giulio D’Amore.

Anche se la composizione si svolge in un solo corso dinamico, si possono individuare tre grandi capitoli con alcune appendici e un quarto episodio a mo’ di conclusione (Zum Beschluss): come diceva Alfred Cortot, quasi “una moralità” del grande racconto musicale; i personaggi del quale hanno naturalmente la perenne freschezza del giovane Schumann: proprio sulla soglia sarà facile riconoscere quel “poeta parlante” che aveva congedato le Scene infantili op. 15; e poi via via si avvicendano danze e marce di compagni di David, cavalcate nel bosco, dorate fanfare, confessioni e motti d’arguzia, arabeschi e romanze; ogni titolo preciso sarebbe superfluo, tutto lo Schumann pianistico del miracoloso decennio 1830-40 trovandosi presente nell’Humoreske op. 20 come in un maturo riepilogo. Giorgio Pestelli.

L’Humoreske fa parte della mia vita dal 1976, mi coinvolge più di ogni altra musica; me l’ha fatta scoprire Wilhelm Kempff, in un’interpretazione molto poetica e intima.

Sviatoslav Richter interpreta la mia registrazione del cuore di questo brano intenso e fantasioso: il cd fa parte di una collana di ristampe dei vecchi lp Melodjya, lo ascoltiamo su YouTube.

Un’altra interpretazione che mi fa sognare è quella di Radu Lupu, la troviamo sempre su YouTube.

Poetico ed esuberante è il live di Grigory Sokolov, su YouTube, naturalmente.

Massimo Eugenio de Luca

Robert Schumann e Clara Wieck in Schumann
Robert Schumann e Clara Wieck in Schumann
Robert Schumann, Humoreske op. 20, Sviatoslav Richter, pianoforte
Robert Schumann Davidsbundlertanze op. 6, Wilhelm Kempff, pianoforte
Robert Schumann, Papillons op. 2, Vladimir Ashkenazy, pianoforte
Robert Schumann, Davidsbundlertanze op. , Boris Berezovsky, pianoforte
Robert Schumann, Carnaval op. 9, Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte
Robert Schumann, Kinderszenen op. 15, Radu Lupu, pianoforte
Robert Schumann, Davidsbundlertanze op. 6, Walter Klien, pianoforte
Robert Schumann, Humoreske op. 20, Radu Lupu, pianoforte
Robert Schumann, Humoreske op. 20, Grigory Sokolov, pianoforte
Robert Schumann, Kreisleriana op. 16, Alfred Cortot, pianoforte

Iginio Bonazzi: la punteggiatura e la sintassi diventano espressive

Di solito si considera della punteggiatura la sola forma scritta e non si avverte quanto essa sia importante nel parlato.

Punto, virgola, punto e virgola, o due punti organizzano la costruzione dei periodi fra loro, la struttura delle frasi che le compongono. Donano a un brano in prosa la chiarezza e l’efficacia volute, ne mettono in evidenza il valore sintattico.

Oltre a questo valore, di grande interesse è il compito pausativo:

In certi punti del discorso è bene sospendere la voce e frapporre quella che chiamiamo «pausa» tra una parte e l’altra.

Indica dove vadano collocate le nostre «sospensioni di voce» che, proprio dalle pause, vengono puntualizzate e rese più chiare. In questo preciso punto anche la voce dovrà subire una pausa particolare: il segno grafico grammaticale viene così tradotto in espressione vocale; la sospensione di voce mette in evidenza la sintassi.

Vediamo ora il valore espressivo, intuitivo, poiché l’essere espressivi è una dote strettamente individuale.

Prender tempo tra soggetto e verbo, verbo e complemento, per riuscir a far meglio risaltare con la voce il valore della proposizione principale nei confronti dei suoi complementi e dare il giusto peso ad ognuno di essi, ma ci accorgiamo subito che anche qui è ancora in gran parte dominio della sintassi e non della pura espressività.

Il valore espressivo viene messo in risalto con l’indicare dove e quando abbassare la voce, dove e come cambiare tonalità.

Ogni parentesi, ogni frase relativa e incidentale assume in questo modo un suo preciso significato e spessore.

La sintassi, grazie agli elementi espressivi della voce, «colore», «tono», «volume», «tempo», «ritmo», «mordente», esprime la sua dote comunicativa

la sua necessaria presenza al fine dell’esposizione e non solo per una astratta esigenza di correttezza formale. Risulta facilmente intuibile che la sospensione fra un verbo ed i suoi complementi avrà maggior senso e validità se la tonalità con cui si pronunceranno entrambi sarà calibrata allo scopo, se la timbratura sarà giusta e così via. Sarebbe veramente inutile che tutto l’apparato di regole che l’uomo ha inventato per ordinare i periodi prosastici, rimanesse ancorato al solo scritto.

Ci siamo resi conto che, anche quando la teoria appare come arida nella sua esattezza, emergono la capacità di ognuno nell’elaborazione del testo, il senso estetico, le doti creative del singolo.

«Pausa» e «sospensione», con quegli attimi di silenzio che avvertiamo tra una parola e la seguente, tra un concetto e il successivo, ecc., giovano alla comunicazione emotiva che unisce chi parla e chi ascolta.

Grosso patrimonio di attori ed oratori, la «pausa» soccorre a lasciare invariatamente viva e attenta l’attenzione dell’ascoltatore.

Fa comprendere a chi ascolta l’intero discorso e non soltanto qualche frase isolata.

Insieme alla sospensione, la pausa dà al testo quell’efficace intonazione che suscita «una speciale corrente di simpatica attesa di curiosità, di divertimento».

Bisogna saperne dosare gli effetti, con la massima attenzione. Oltre che nelle pause, è bene non eccedere nelle «poggiature» o «coloriture», nel fraseggiare, nelle «quantità espressive della voce». L’eccesso rovina i migliori propositi.

Ribadiamo che le sospensioni vocali non possono e non debbono essere dei buchi incolmabili nel fluire del ritmo espositivo, bensì servire a preparare un concetto, una parola che si voglia investire di particolare efficacia; oppure ancora a dilazionare un effetto satirico, comico, triste, o di qualsiasi altro tipo.

L’obiettivo dell’oratore è continuare il filo del discorso anche nella sospensione. Susciterà simpatia e interesse negli uditori, portandoli a ricevere, attivamente, ciò che il discorso ha voluto significare.

L’oratore, in particolare colui che opera a fini educativi o terapeutici, deve saper dotare il discorso di un particolare ritmo senza tuttavia compromettere la «comunicabilità dell’intervento». Egli deve saper sostenere il fluire del discorso anche in presenza di «una cadenza pausata e ben articolata».

L’eccesso di «effetti» o «coloriture» vocali può nuocere grandemente alla «costruzione del periodare».

Mettendo troppo in evidenza la costruzione sintattica si rischia di compromettere la lettura. Ricorriamo, dunque, ai mezzi espressivi della nostra vocalità per poter individuare i punti critici della costruzione della frase. Sorreggendoli.

Smusseremo poi la durezza delle «regole», sì da farle giungere fluide e sciolte all’ascoltatore in modo da sfruttare al massimo la frase scritta senza renderla ostica.

L’uditore deve comprendere e trovare piacevole ciò che gli viene detto, non ci stancheremo di ripeterlo a costo di essere monotoni, solo allora la lettura diviene opera di illustrazione del contenuto ed al tempo stesso mette in luce la bellezza del linguaggio adoperato, trasformandosi in vero comunicato estetico.

Iginio Bonazzi, Oskar Schindler, Dico bène?, Principi di dizione, analisi acustica ed articolatoria, Edizioni Omega, Torino, pagine 29-30.

Gli elementi espressivi della voce, «colore», «tono», «volume», «tempo», «ritmo», «mordente» sono trattati dalla pagina 30 alla 45.

Massimo Eugenio de Luca, 12 agosto 2019

Iginio Bonazzi

Ho molta nostalgia di Iginio Bonazzi.

Attore di prosa di eccezionale talento, fondando il «Centro D» in via Verdi 21 a Torino – dal 1967 al 1999 – ha trasmesso tutta la sua esperienza nell’impostazione della voce, rendendola più espressiva grazie alla sua profonda conoscenza della fonetica e della dizione.

Attori, doppiatori, speaker, giornalisti che lavorano a Torino e in Piemonte, per la maggior parte sono stati suoi allievi.

Ho frequentato il suo ultimo corso, tra il 1998 e il 1999; nonostante fosse molto malato, mi colpì molto la generosità con cui donava tutto se stesso a noi eterogenei alunni.

E ci invitava a segnare, sulle parole del testo scelto, gli accenti, acuto e grave, per chiudere o aprire le vocali. Mettevamo in evidenza anche i dittonghi, la «s» e la «z» sorde o sonore.

Con il suo esempio abbiamo imparato a rendere espressiva la puntaggiatura.

Ci chiedeva la massima capacità di ascolto e di immedesimazione, riuscendo a farci dire le frasi che avevamo scelto e studiato – in seguito, invitandoci a improvvisare – scegliendo fra i 36 colori disponibili: amoroso, umile, bonario, accorto, squillante, convincente, afflitto, malizioso, imperioso, sensuale… Infinite sfumature ci mostrava con il suo attoriale esempio. Anche per dire una frase come «per cortesia, mi passeresti il sale».

Ci ha aiutati a: estendere la voce dalla nota più bassa a quella più acuta; passare dal volume più modesto al fortissimo; variare il tempo dal lentissimo al veloce; cambiare il ritmo giocando con le pause; evitare la monotonia «lasciando emergere certi impeti di calore umano o particolari trasporti interni». (Dico bène? di Iginio Bonazzi e Oskar Schindler, Edizioni Omega, Torino, pag. 39).

Il primo giorno del corso aveva il suo centro nella registrazione del testo che ogni discepolo aveva scelto; proprio questo stesso brano, registrato al termine del corso, sarebbe stato il testimone dei nostri progressi, raggiunti grazie all’aver avuto un così bravo e comunicativo Maestro.

Elegante, educatissimo, spiritoso, cordiale, non sopportava la negligenza e la pigrizia e lo manifestava con impeto.

Si presentava come «attore della Compagnia di Prosa di Torino della R.A.I.» e le sue lezioni hanno sempre avuto un legame intimo con il palcoscenico. E noi, coinvolti da così tanta generosità e bravura, siamo diventati aspiranti attori. Con la voce, la gestualità di un altro, stavamo imparando a esprimerci come lui, con naturalezza. Ma questa capacità d’immedesimazione faceva parte di un altro corso, incentrato proprio sulla figura dell’attore.

Durante le, purtroppo, sempre più frequenti assenze del nostro Maestro, e nell’ultima parte del corso, un bravo attore e doppiatore ci ha fatto conoscere un modo (nonostante la formazione fosse la medesima), diverso di leggere bène: cercare di prendere il suo posto, sarebbe stata un’impossibile impresa.

Grazie Iginio per ogni ora dedicata, con tanta passione, all’insegnamento, lottando contro la malattia che, inesorabile, ti ha portato sulle scene di un altro mondo.

Massimo Eugenio de Luca, 6 giugno 2019

Iginio Bonazzi
Iginio Bonazzi
Centro D – Iginio Bonazzi

I miei testi recenti

Una data simbolica

Una data simbolica, 27 gennaio per non dimenticare. Non mi è bastato più stare in casa a leggere, raccogliere dati e testimonianze, meditare sui libri, seguire la radio e la televisione che, finalmente, in questa giornata della memoria sono davvero un servizio pubblico che informa, educa, sconvolge. Avevo bisogno di testimoniare non solo con il pensiero, dovevo esserci in qualche modo, corpo fra i corpi, presenza all’interno di una comunità.

In piazzetta Primo Levi, davanti alla sinagoga c’è un cancello, presidiato dal servizio d’ordine. Non basta la presenza continua della polizia o dei carabinieri. A turno uno di loro, un uomo della comunità ebraica di Torino, deve vigilare, fare da filtro all’ingresso, far passare uno alla volta, deve guardare negli occhi chiunque voglia entrare, perquisire borse; in particolare d’estate anche le tasche, è gentile, si scusa, ma io, che vengo perquisito a ogni visita in quel luogo che mi è caro, lo ringrazio perché vigila, perché con il suo impegno ribadisce «mai più».

Discesi quei gradini, oltre il cancello si raggiunge la biblioteca che riempie di millenaria saggezza, testimonianze e dolore tutte le pareti. Il sapere custodito e tramandato dai libri, ma a leggerli siamo sempre di meno, i media prediligono mezzi più rapidi, schematici, lontani dall’approfondimento e dalla meditazione.

Intorno a quei volumi tutto il pavimento era coperto di sedie contro ogni elementare misura di sicurezza, perché eravamo tanti a testimoniare, all’inizio soltanto in due accovacciati per terra, c’erano persone sedute sul tavolo delle consultazioni, persone appoggiate ai vetri della libreria e, ancora, in piedi nel corridoio, non c’era un pilastro libero.

I relatori ci hanno guidati per partecipare al tentativo di capire come sia stato possibile che quasi sette milioni di ebrei, su una popolazione di diciotto milioni, siano stati annientati, la loro uccisione sistematica come paradigma di altri stermini. Mi sono reso conto della mia ignoranza, e non sono in grado di riferire sul lavoro degli storici, dei filosofi, degli studiosi dei media che sono intervenuti, loro da decenni sono a contatto quotidiano con quell’immane tragedia, il lutto incancellabile per almeno un membro della loro famiglia.

C’era un forte raccoglimento, ci siamo imbattuti in un lucido sguardo terrificante sul Novecento e sulle sue troppe incomprensibili stragi. C’erano delle chiavi di lettura che spero di trattenere dentro di me, conservando qualche punto cardinale, per poter ricercare le fonti indicate. L’importanza delle parole perché non vi fu solo genocidio ma democidio.

Ascoltavamo in silenzio, rotto talvolta da un leggero brusio: vedevi che c’era, da parte di qualcuno, la necessità di consultarsi con il vicino ma era palpabile il senso di appartenenza, l’essere l’uno vicino agli altri, noi immersi in una solidarietà che non scatta solo in un giorno simbolico. E un uomo anziano iniziò a urlare, dopo due ore e mezza di profonda attenzione da parte di tutti. Quest’uomo urlava «il male assoluto è la bomba atomica, le due bombe atomiche sganciate dagli americani. Vergogna,… i gulag sono menzogna, questi professori che non ci dicono la verità devono chiederci scusa e vergognarsi, perché se tutti noi siamo vivi lo dobbiamo a Stalin…». Urlava come un ossesso ed era grosso come un grosso armadio, ha tentato di aggredire non solo verbalmente i relatori, minaccioso verso chi, in particolare, aveva parlato dell’Unione Sovietica. Quest’uomo, dichiaratosi uno perbene, nato nel 1930, antifascista, si è accanito contro chiunque cercasse di calmarlo, non sono bastati un agente in borghese e uno in divisa, che i relatori l’abbiano coraggiosamente lasciato delirare in mezzo a loro. Né riuscivano a placarlo né a ribadire le loro ragioni. Nulla si può fare contro chi ti aggredisce verbalmente e minaccia di farlo anche fisicamente. La tavola rotonda è stata così spezzata, siamo stati invitati a disperderci, ad andare via. Sono riusciti a calmarlo, alla fine, ma hanno dovuto proteggere i relatori dai suoi strattonamenti, sono stati pazienti, sono riusciti ad accompagnarlo fuori. I poliziotti lo hanno poi interrogato ed è risultato essere uno che manda all’aria, con questi suoi deliri, i dibattiti che riguardano gli ebrei. La prossima volta non lo faranno passare più e non minaccerà più quel luogo già quotidianamente minacciato.

E, ogni giorno che passa, alle criminali argomentazioni tragicamente classiche dell’antisemitismo, al revisionismo, si somma la negazione stessa dello stato d’Israele.

Non possiamo più dimenticare e tutti noi dobbiamo vigilare perché davvero, in ogni parte del mondo, non accada più lo sterminio che il 27 gennaio, e sempre, ricordiamo.

Massimo Eugenio de Luca

27 gennaio 2004

I miei testi recenti

Testi brevi

Poesie

 

Lungo la spiaggia corro

libero

nuvola nella notte

Noli, maggio 1995

Il mare

è una tavola d’argento.

Franano i ricordi

Noli, 1° giugno 2003

Notte senza luna

Quanto è incerto il futuro

Noli, 1° giugno 2003

Emozioni contrastanti

dolci colline e placido mare

mi avvolgeva la notte

Noli, 1° giugno 2003

Ringhia, mugghia

a riva i sassi rotolano

Dall’alto della torre una luce

Noli, 1° giugno 2003

Io

tu lontana.

Brillano gli ulivi al sole

Noli, 1° giugno 2003

Ancora non posso

espellere il desiderio di te,

amore

Noli, 1° giugno 2003

Accolgo negli occhi il tuo sorriso

e, con gioia, lo ricambio, il tuo respiro nel mio

mentre, in silenzio, ci ascoltiamo

Torino, 12 luglio 2003

Parole che leggi e lasci cadere nel nulla,

le parole mie che ti cercano invano

il tuo sorriso annulla il vuoto,

il sorriso che ho perso;

sguardi solo per noi,

silenzi perché i nostri sguardi zittiscono le parole;

attese affollate di ricordi;

capelli, i tuoi, che si allontanano

Santa Cristina di Gubbio, Libera Università di Alcatraz, 29 luglio 2003

Belle le tue spalle lasciate nude dal vestito,

ti bacio i capelli neri e raccolti,

I tuoi occhi brillano di flamenco

Torino, 9 febbraio 2004

Estranea ancora quanto! la stanza

Ombre inquiete danzano mute

Gocce su gocce allagano il cortile

Torino, 9 febbraio 2004

Corrono nere le nubi corrono

sulle montagne bianche di fresca neve di maggio.

Uno sciamano intirizzito implora il sole

Torino, 9 febbraio 2004

Chiara dolce tua pelle lunare

Fresco sorriso, il tuo, che adoro

Mi perdo nel tuo limpido cielo

Milano, 3 aprile 2004

La luna riflette luce blu sul castello

Ancora un po’ di brace

scoppietta nel camino

Finalmente sei qui

Milano, 20 marzo 2004

Massimo Eugenio de Luca

facebook

Linkedin

Altri miei testi

Le mille e una storia del Mago Poesia

In un teatro che tutti chiamano Gioiello, una mattina entrò in un momento bello (alle 10 o poco più), uno strano buffo mago,

ma il suo nome non chiedeteglielo perché lui, ormai, non se
lo ricorda più.


Irruppe in mezzo a tanti bambini che lo guardavano
incuriositi e divertiti perché lui quanto barcollava! E a ogni passo incespicava finché, ubriaco di che? Massì ubriaco di sonno, si capisce no? in un baule si tuffò e lì si riposò.


E lassù sul palco una bimba, Camomilla, no che dico, se la chiamo così il mago non si sveglia più.
Ah sì ora ricordo, Camilla la bimba Camilla voleva che la sua amica Nina la ballerina a parlare riprendesse perché Nina, davvero, non parlava più!
Quanti tentativi aveva già fatto Camilla, le aveva provate proprio tutte invano e cos’altro tentare non sapeva più.


Mentre era tutta presa da quel mondo fantastico che faceva sognare tante tante città, boschi fiabeschi, bauli vasti come pozzi senza fondo e scenari colorati in gran quantità, Camilla sentì russare e ancora russare ma da dove? Lei e Nina sedevano sul baule, il gran ronfatore era forse chiuso là dentro? Una voce ancora assonnata ma allarmata perché l’uscita era bloccata, la voce di qualcuno dall’interno buio del baule sbraitava e quanti scossoni dava! Con un balzo Camilla e Nina saltaron giù, il baule si aprì e chi ne uscì? Ma un mago! Quel mago assonnato? Sì è lui è proprio lui!


Il Mago Poesia che purtuttavia, non più dai bambini interpellato, tutto aveva ormai dimenticato.
Ma Camilla parlando e Nina danzando sono così brave a stimolarlo e così l’immaginazione del maghetto, confortato dalle bimbe sul palco che stuzzicano con diletto gli altri bimbi in sala, si lascia andare e così è tutto un giocare a rievocare tutto un universo di libera e innocente fantasia, filastrocche e tabelline pazzerellotte.


E mai dimenticare potrei Biancanave e i nove giganti? Ma cosa dici mai mago? Non ricordi proprio proprio più niente! Ma i bambini guardano la tv, giocano con i videogame e le fiabe non le chiedono più e allora io dimentico tutto. Ma non aver paura, quando nulla ricordi più delle favole che Grimm, Andersen e tutti gli altri tanto tempo fa hanno scritto,

basta un c’era una volta…

Però io le fiabe non le so proprio scrivere, come faccio? Adesso piango. Ma non ti scoraggiare, prova e riprova ancora non disperare e anche se fai dei pasticci, lascia volare
l’immaginazione, senti come volano e si rimescolano le parole, basta che ti spicci e fai pure dei pasticci.

Liberati, fai correre liberi i ricordi e i sogni e reinventa! E il gioco più bello del mondo così girando e rigirando in tondo riprende e non appena lo fai e lo rifai quanto ti prende!


E la sapete quella del gatto dei cartoons finito nel mondo dei gatti veri ma lui però non riesce a miagolare come si deve e nessuno lo capisce e allora chi lo può aiutare? Gli altri gatti, quelli veri, tutto solo lo lasciano, che bruttura e viene notte, buia buia, che paura!
Miaurimiaufumettarimiau c’è nessuno sniffmiau?
Bauribaustrabaufumettaribau sono qui baurisobribau! Che strano richiamo arriva dal buio più buio della notte fredda sempre più fredda e solitaria. Chi c’è laggiù? Un cane, che strano cane però, uscito anche lui dai fumetti come già prima quello strano gatto che miagola in quel modo così triste e buffo ma guarda un po’.
Tutti e due sono piombati qui da soli nel mondo reale, che paura, che tristezza, che male! Ma si riconoscono e la lingua dei fumetti li unisce e allora, non più soli, dialogano felici!


Camilla, Nina, Mago, datemi una storia e un’altra ancora, mille e più di mille ancora, sì che bello una storia ancora!

E alla fine Nina, che danzando capir così bene si faceva, però era triste di non poter parlare e quasi piangeva

e nemmeno Camilla riusciva a farla ridere più, alla fine di queste mille e una storia di nuovo parlerà e lo spettacolo in altre città riprenderà e ancora sognare ci farà.

18 dicembre 2003: Mariangela Corona a Torino, con i suoi amici, al Teatro Gioiello.
Mariangela è Camilla, Simona è Nina, Gianfranco è il mago.
L’albero di Minerva ha presentato
Le mille e una storia del Mago Poesia.

Un grazie sorridente e forte a tutti loro, ai tecnici del
teatro, e a presto arrivederci!

Siti correlati: La scuola sull’albero

Massimo Eugenio de Luca

Altri miei testi

Monk and Wolf

I miei occhi sono rivolti avanti, passa non molta gente, sconosciuti camminano. Poi due mi salutano venendomi incontro. «Ma come non ci riconosci?». Più che atterrare casco da chissà quale nuvola. Filippo e Luisa, ovvero i Baricco! Sorpresa, non sono due ma sono tre: c’è anche Nadia, la sorella di Filippo. Ma dove l’ho già vista? Qualche ora più tardi, in macchina con loro, scopro che Nadia abita nella stessa casa di una delle mie sorelle, Antonella; Torino, un po’ metropoli e un po’ paese… Già ma io chi stavo aspettando? Daniela e Valeria portano anche il mio biglietto (che gentili a pensarci per tempo!). Giunge anche Elena, un’amica di Valeria. Marcella invece non è venuta per assistenza domiciliare ai suoi cari. Siamo tutti qui al Piccolo Regio Puccini, il 17 gennaio 2004, scendendo diversi gradini nel ventre di Torino.

«Io presento ma sono qui anche per suonare» dice Umberto Petrin. Ragazzi che pianista! L’avevo già sentito a Mantova, in settembre (con me c’erano Giulia, Maurice, Antonella, Gianni). Tasti neri, tasti bianchi, pedale di risonanza e sordina, note su note, pause, rimbombo d’accordi e cascate di arpeggi, la coda del piano fa risuonare la sala mentre prendono vita le musiche di Umberto Petrin, anche compositore, Steve Lacy, Tom Waits, Cecil Taylor. Non è musica facile, racconta a modo suo, con raffinata intelligenza, fantasmagorie di tecnica e di timbrica, tutto il Novecento, mescola Europa e America, classica contemporanea, jazz estremo quanto può essere urtante Cecil Taylor suonato da sé medesimo, ma il magico suono di Petrin stavolta non mi fa scappare, lo seguo fino in fondo. Il cuore del recital è Tom Waits, frammenti di struggente tenerezza senza la sua voce sussurrata e roca, però il piano evoca una inedita magia. Ritmo folle ed esasperante alla mano sinistra fa assaggiare l’estro di Lacy: il suo sax soprano non c’è, tuttavia si immaginano tanti strumenti. Irrequieto e poi sospeso e lirico il brano iniziale di Petrin. Grande attesa per Misterioso, Stefano Benni e Umberto Petrin dedicano il loro intenso omaggio a Thelonious Monk, negli anni del suo lungo silenzio.

Ritmo spigoloso, irregolare, ogni nota con quella esitazione e imprevedibilità del suono appena scoperto proprio in quell’istante nel quale anche noi ascoltatori lo percepiamo, stupore dell’accordo davvero inedito, dell’arpeggio modernissimo e lievemente sghembo che si appoggia sull’ultima importantissima nota, un pianoforte ruvido eppure tenerissimo, spigoli brillanti, il crepuscolo con l’amata Nelly aspettando il mistero che si affaccerà intorno a mezzanotte. Diavolo d’un Monk.

Charly ‘Bird’ Parker, Billie ‘Lady sings the Blues’ Holiday, Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Stefano Benni li tesse, li fa vibrare con passione jazzistica e civile contro quell’America piena di odio razzista eppure ospitale, terra di libertà e di sedia elettrica, di guerre ingiuste che tentano di sembrare giuste e si arrogano anche il diritto, adesso, di essere preventive. Di vero c’è solo la menzogna del delirio onnipotente di certi politici americani di allora come di adesso.

Quanta disperazione e anche libero sogno di felicità, ribellione e desiderio d’amore accomuna Bird e Lady Blues!

La vertigine della voce dell’irresistibile narratore, Stefano ‘Lupo’ Benni, intriga in un viaggio tra parole e suoni che ricordavo aver vissuto a Mantova eppure ora è diverso nei tempi e nelle sfumature. Mentre Umberto Petrin costruisce atmosfere, citazioni, rivisitazioni non solo monkiane, dentro e oltre il terribile scorso millenovecento. Omaggio vivissimo, coinvolgente, stregante, doloroso, dal filo di voce al rombo dell’invettiva, pause impreviste che neanche Monk!

Come bis poesie e chiacchiere con il Lupo al quale tutti noi, amici di Alcatraz, vogliamo un sacco di bene e anche lui dimostra ogni volta di volercene moltissimo!!!

Daniela telefona a Mariangela, me la passa e io poi le passo Stefano: “

«Ciao Sharon!».

La sua giovane agente poi ce lo porta via. Difficile lasciarlo andare, anche lui è dispiaciuto di lasciarci.

Valeria ci porta a gustare dolcezze calde o gelate in due salette di via Po.

Una serata tra amici, conosciuti al suo Seminario sull’immaginazione (Libera Università di Alcatraz, estate 2003), che il Lupo fa incontrare qui a Torino.

Massimo Eugenio de Luca

Torino, 18 gennaio 2004

Misterioso

Altri miei testi

La Burcina incantata

Se avessimo iniziato l’esplorazione della collina nei primi anni dell’Ottocento, in dialetto gli abitanti di Pollone ci avrebbero detto di non sprecare fatica per vedere solo tanto bru, ovvero brugo, un arbusto (Calluna vulgaris) che, ricoprendola interamente, dava alla Burcina un aspetto brullo e poco attraente. Eppure lo spettacolo che oggi, a fine maggio, abbiamo davanti agli occhi è fiabesco. Boschi di faggi, castagni, aceri, frassini, querce, ciliegi, betulle e prati allegramente colorati dai loro fiorellini spontanei, crescono al fianco di spettacolari piante fiorite dal fascino esotico e alberi immensi certamente non nati qui. Che fine ha fatto il bru?

Un industriale laniero di Pollone, Giovanni Piacenza, iniziò nel 1840 il rimboschimento della parte bassa del colle piantando alberi autoctoni a larghe foglie e remote e plurisecolari specie arboree, che si fusero in un’armoniosa unità assieme ai tipici elementi rurali locali, la strada in terra battuta, i sentieri e le cascine, alternando i boschetti alle radure e ai prati. Così il bosco iniziò ad accogliere, senza alcun elemento di separazione, un giardino paesaggistico che offre al visitatore l’ebbrezza di contemplare idealmente quasi tutta la flora del mondo. Nella cascina Valfenera inferiore, vicina all’ingresso, si sono splendidamente ambientati diversi esemplari di cedro dei monti dell’Atlante, una catena che per 2.400 chilometri attraversa Tunisia, Algeria, Marocco: alto anche 50 metri, il maestoso cedro ha una circonferenza di più di 6 metri e con l’immensa verde chioma piramidale a rami leggermente penduli può ombreggiare un’area di un’ottantina di metri quadri! Tra le cascine Armonica e Bigatta è ormai di casa una misteriosa presenza: dalla Cina occidentale Davidia involucrata o l’albero dei fazzoletti, alto anche 20 metri, sventola lunghi fiori bianco-crema, affusolati e pendenti (gli anglosassoni li chiamano alberi dei fantasmi o delle colombe).

Felice Piacenza continuò per quasi cinquant’anni l’opera paterna e aggiunse nuove specie esotiche, le ortensie, originarie di Cina, Giappone, America meridionale; le camelie dall’India, dalla Cina, dal Giappone; le azalee e i rododendri appartengono a un unico genere e fioriscono in Cina, in Tibet e nelle regioni himalaiane, mentre i rododendri lilla nascono sui monti del Caucaso ma si stanno naturalizzando qui nel parco; i liriodendri degli Stati Uniti orientali, alti anche 30-40 metri, sono caratteristici per i fiori giallo-verdi con una macchia di arancione alla base, simili a tulipani.

Di mese in mese la collina è un fermento di sempre nuove fioriture. A marzo le camelie, le eriche, i narcisi, i ciliegi; in aprile le forsizie, le magnolie, le spiree; a maggio l’albero dei fazzoletti, le azalee, i rododendri; a giugno le rose, le kalmie, i liriodendri; le ortensie a luglio e in agosto; le eriche e le mele in settembre; in autunno il parco sfuma dal giallo al rosso fuoco.

Con la legge regionale 24.4.80 n. 29 è stata istituita la Riserva Naturale Speciale del Parco Burcina, intitolata a Felice Piacenza, per tutelarne le caratteristiche ambientali, naturali e paesaggistiche e promuoverne l’attività culturale, scientifica e didattica.

Percorriamo la strada principale sterrata, che sale zigzagando, ed è magia contemplare il laghetto, pullulante di vita anfibia, custodito da cinque immense sequoie dell’America settentrionale; sono alte una cinquantina di metri e la circonferenza di ciascun tronco è di 6 metri. Una conifera assai singolare è il cipresso calvo, nato nelle zone umide dal Mississipi alla Florida: protende verso l’alto le proprie protuberanze radicali, dette pneumatofori, attraverso le quali le radici vengono rifornite di ossigeno. Come spicca tra i boschetti di faggi selvatici e rossi! È ancora presto per vedere le ortensie fiorite, dobbiamo aspettare l’estate, ma siamo grati alle belle azalee per la loro fresca e completa fioritura. Ecco la stupefacente conca dei rododendri! Rosa, lilla, rosso, carminio, porpora, viola, bianco compongono sinfonie di sfumature che occupano un intero fianco della collina, trionfo di fiori vertiginosamente aggrappati allo strapiombo, colmandolo di fantasiose coloratissine dune di petali affacciati sull’abisso. Sono i capolavori di Felice Piacenza.

Proseguiamo lungo il versante biellese ma un bivio per nuova via ci riporta alle azalee, alle ortensie tra alberi dai nomi misteriosi e lontani: Tsuga canadensis, Cryptomeria japonica. La strada in terra battuta continua a salire descrivendo profonde e irregolari anse, affacciandosi su Pollone e più in là sui boschi che puntano verso Oropa; mentre altre svolte svelano gigantesche sequoie e immacolati ciliegi giapponesi che fanno compagnia a più domestici pini. A tratti siamo coperti dal fitto tetto di rami e di foglie che ci avvolgono in ombre quasi autunnali, e poi ritroviamo il cielo e siamo nuovamente lasciati liberi di spaziare a 360 gradi. Sullo sfondo scorgi i pascoli prealpini dominati da vette innevate, le case, i fabbricati rurali e industriali della pianura.

Ma il cuore del parco è una nuova splendida piantagione di rododendri, finalmente ora possiamo avvicinarli e scorgerli da ogni lato, grazie ai sentieri che li circondano e quasi li attraversano. I loro colori estendono la sgargiante tavolozza sino all’arancio. Siamo in una zona particolarmente riparata ove crescono quercia da sughero, mirto, palma, corbezzolo e lavanda, piante tipiche dell’area mediterranea.

La Burcina è popolata da scoiattoli, tassi, ricci, volpi, lepri ed è sorvolata da passeri, pettirossi, cince, fringuelli, capinere, merli, picchi, gazze, cornacchie, sparvieri e specie migratrici che trovano abbondante cibo e riparo nella vastissima copertura forestale.

Sul culmine della collina, come le sue antenate medievali svetta la torre Martini.

INFORMAZIONI

Massimo Eugenio de Luca

2004

Foto di Elena Mokeeva
Foto di Elena Mokeeva
Foto di Elena Mokeeva
Foto di Elena Mokeeva

Altri miei testi

Una domenica a Mazzè

Città d’arte a porte aperte:

9 maggio 2004, una domenica a Mazzè 

Il nome Mazzè deriva da Mattiaca (meglio conosciuta come Morgana), la dea celta signora della guerra e dei guadi. Non a caso, il primo insediamento sorse, 2500 anni fa, vicino agli unici guadi praticabili sulla Dora Baltea. Gli abitanti della semidistrutta Mattiacos romana, in fuga dalle razzie che gli Ungari sferrarono nel 924 e nel 954, iniziarono a costruire una fortezza dall’aspetto ancora rurale, difesa con terrapieni di terra battuta protetti con palizzate, filari spinosi e una cinta muraria sul versante più elevato. Al suo interno, lungo un viottolo principale che saliva fino al culmine del colle, presumibilmente v’erano capanne in legno, provvisorio rifugio per uomini e animali. Questo impianto di base, seppur modificato e ridotto, dai primi anni dell’xi secolo tramanda quello che fino al 1840 fu il nucleo del feudo dei conti Valperga Mazzè: il centro storico, sovrastato dai due castelli, con il ricetto e il suo intrico di viuzze. Nel XVIII e nel XIX secolo, seguendo la moda parigina e londinese della casa di campagna come rifugio per sfuggire alla calura patita in città, le famiglie nobiliari di Torino iniziarono ad acquistare e a demolire o ad accorpare gran parte delle vetuste case del ricetto – lasciate vuote dalla popolazione che ormai s’era trasferita in pianura – ed edificarono al loro posto ville e parchi.

I due manieri, che dal 1141 furono proprietà dei conti Valperga di Mazzè, dominano tutt’intorno. Il Castello Piccolo fu costruito nel XIII secolo su rovine di origini romane e celte. Nel XV secolo fu eretto il Castello Grande.

Il feudo, nonostante i trascorsi fasti e il prestigio di Giorgio Valperga – ciambellano e generale dell’imperatore di Germania, Sigismondo di Lussemburgo – fu occupato dal re di Francia, Francesco i, nel 1515, e subì il declino di tutta la casata che si estinse nel 1840, quando Francesco Valperga morì senza eredi diretti. Eugenio Giulio Carlo Maria Brunetta conte d’Usseaux – Segretario del Comitato Olimpico Internazionale – nel 1897 iniziò a ristrutturare entrambi i castelli realizzando la reinvenzione neogotica dell’architetto Giuseppe Velati Bellini, uno dei promotori dell’Esposizione del 1902. Dalla morte del conte Brunetta d’Usseaux, avvenuta nel 1919, il complesso monumentale subì un grave degrado sino al 30 giugno 1978, quando Pier Corrado Salino di Cavaglià acquistò i due castelli e le loro dipendenze. Gli immediati restauri risanarono i danni gravissimi inferti da speculazioni, vandalismi e furti. Con decreto del 13 gennaio 1981, il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali lo riconobbe quale Monumento Nazionale.

Dal 25 giugno 1986, il Castello Grande è visitabile il sabato e la domenica, oppure su appuntamento. È un luogo discreto e sicuro, ideale per ambientarvi congressi, convegni, cene di gala e matrimoni celebrati con il rito storico, suggestiva cerimonia fondata sugli antichi testi della cavalleria. La cinta muraria custodisce la grande piazza d’armi, le pregiate piante dei giardini interni e l’ampia terrazza sulla discesa del Bosco Parco incontro alla Dora Baltea.

Dal Rivellino, il principale bastione difensivo, lo sguardo spazia su Monferrato, Torino e Superga, il Canavese, il Monviso, il Gran Paradiso e gran parte dell’arco alpino occidentale.

La Corte Nobile dà l’accesso alle due sale gotiche e alle tre sale settecentesche del primo piano.

Lo scalone d’onore ci fa ascendere al secondo piano tra sale e salotti “a tema”, i putti, le stagioni, le spade, culminanti nel quattrocentesco salone delle armi.

La Corte dell’Arancera accoglie il caffè ristorante L’Orangerie, impreziosito da stemmi d’epoca medievale.

Lungo il percorso sotterraneo della parte più antica del castello, articolato in prigioni e ghiacciaia del xiv secolo, sotterranei romani e cisterna d’assedio del II secolo a.C., cripta celtica del X secolo a.C., antro degli eretici e cappella funeraria del XV secolo, è allestito il Museo della tortura.

Dalla prima torre di guardia dei bastioni occidentali, la riserva naturale protetta, denominata Bosco Parco, è inizialmente una mulattiera, con tratti impervi, tra le querce, i faggi e i frassini. Poi discende più dolcemente divenendo strada panoramica tra boschetti di altri frassini, aceri, palme e sambuchi e prosegue ancora lungo la piana della Dora Baltea tra i resti romanici di Santa Maria Maddalena apud pontem, la romantica darsena, il tumulo esoterico e il bosco di bambù e il suo percorso iniziatico.

Al di fuori delle mura, la stradina in discesa conduce alla piazza sulla quale è stata edificata la chiesa parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio. L’aspetto gradevole dell’edificio è il risultato dell’ampliamento trecentesco, a tre navate, sulla preesistente chiesetta romanica del XII secolo che fu scelta dai conti Valperga come loro cappella gentilizia. Ampliamenti e rifacimenti in stile tardobarocco hanno dato alla chiesa parrocchiale una sua quieta armoniosità.

Al fondo della navata destra, nella cappella detta del castello, tra magnifici paramenti riposa Francesco Valperga, l’ultimo conte di Mazzè.

Usciti dalla porticina della navata sinistra, troviamo la torre del ricetto, da tempo adibita a campanile. Dall’alto della cella campanaria lo sguardo plana sulla pianura sino alle Alpi.

A pochi passi dalla torre il parco della Rimembranza offre un belvedere sul vallone della Dora e sulla pianura vercellese.

Quindi ci addentriamo nel passaggio coperto che conduce al vecchio municipio. Elegante nelle proporzioni e nel suo porticato è un palazzo neoclassico, costruito nel 1759, ormai abbandonato e in attesa di restauri.

Proseguendo la passeggiata sulla via Pescatore scorgiamo le piante esotiche del parco della romantica Villa Maria Luisa, scenario dell’amore univoco e tutto epistolare che Francesco De Sanctis, esule a Torino, dedicò alla giovanissima proprietaria, la marchesa Virginia Basco.

Un’altra bella villa è nota come La Torretta e richiama nell’aria neoclassica i palazzi dei nobili di campagna francesi e inglesi, con la sua torre merlata che non passa inosservata.

La via Perino attraversa, discendendo lungo tutto l’antico ricetto fortificato, costeggia una sorprendente chiesetta in stile neogotico.

Seguendo le indicazioni per la via Francigena, si ripercorre l’antica via romana che collegava Quadrata (Verolengo) a Eporedia (Ivrea), in un’atmosfera silenziosa, passeggiando sotto gli alberi sino alla chiesa di Santa Maria detta della Madonnina. In origine romanica, con già elementi gotici, fu trasformata nei primi anni del Settecento nel suo pulito aspetto neoclassico piacevolmente inserito nella natura circostante.  

Massimo Eugenio de Luca

10 maggio 2004

Quadro di Elena Mokeeva

Quadro di Elena Mokeeva
Foto di Elena Mokeeva

Altri miei testi

Finale di romanzo in montagna

Il Premio Grinzane Cavour per Meno Due – Torino 2006

ha presentato Finale di romanzo in montagna.

Giovedì 12 febbraio 2004, ore 21 o poco più, ci siamo felicemente ritrovati a The Beach con Giuliano Soria, il presidente del Premio letterario e con Giorgio Conte il quale, per non essere da meno del mito patagonico creato da Bruce Chatwin e da Luis Sepulveda, si è prodigato in un seducente ritmo ispanico. Un preludio che ben ci predispone ad ascoltare il racconto di un caro amico del Grinzane giunto da noi direttamente da Scrittori in Puglia. Dovrà ancora tanto volare per tornare nella sua Argentina rurale. Terra chilometricamente lontana eppure così vivamente animata da personaggi che vivono in provincia, riflettono e ci fanno riflettere insieme a loro proprio come se fossimo stati appena adesso laggiù – laggiù lontano così lontano dal Po – non più di qualche minuto fa. Percepiamo il senso della loro esistenza perché la riceviamo dentro e addosso grazie all’ispanico italiano colorato e avvincente dello scrittore Mempo Giardinelli. Pensavamo di essere ai Murazzi? Eravamo lì, siamo partiti da qui, siamo effettivamente dentro a The Beach. Bastano pochi minuti e ci caliamo sempre più nella pancia dell’intramontabile fascinosa Patagonia. Non è quella di Chatwin, non è quella di Sepulveda, è quella che…

Ci anticipa Giuliano Soria che stiamo per avventurarci nella immensa montagna di altri emisferi, ci lasciamo alle spalle le esigenze sacrali del viaggio in Asia, portiamo corpi e sguardi increduli a 2400 metri sul livello del mare. Il Machu Picchu se ne sta lì e ci guarda. Facciamo due passi in più e ci troviamo, qualche ora dopo, nella Patagonia che è scandalosamente vicina al mare. Grazie a Bruce Chatwin essa è divenuta un mito eurocentrico, la madre di un nuovo modello di fuga spirituale verso l’altrove.

«Sull’acqua gialla d’un mare fluviale» danza un profumo, il ricordo di uno sguardo, quel vestito, la donna della quale il nome non ricordo più, il visionario viso di Borges mentre le nuvole scappano via, il quintetto di Piazzolla, la suadente dolce malinconica allegria di quel tango a Buenos Aires, ma tu non eri ancora nata, piccola. Allora desideravo davvero scappare lontano lontano. Ma solo con un libro andai in Patagonia perché la porta di camera mia era sempre chiusa, chissà perché.

Il mito argentino è letterario, musicale, cinematografico, popolare e colto, Gidon Kremer e i suoi amici, malinconiche lontananze talvolta persino tristi. La nostalgia mai ha, tuttavia, quella tristezza che non vale la pena di essere vissuta, batte forte danzando el corazón tanguero. E se Giorgio Conte ti accompagna con la sua chitarra, ti conta una storia di un amore un po’ triste e un po’ buffo, sei in tema, questo è l’altrove, ragazzo, chiudi gli occhi e canta il mio ritornello, se poi cantiamo tutti lo vediamo contento. Occhi chiusi, all’inizio del Novecento il tango lo ballavano uomini con altri uomini. Dov’erano le donne, lo sai perché non ballavano con gli uomini? No, il nonno non me l’ha mai detto.

Ma tu Giorgio un tango vero ce lo canti? Oh cielo! Sì, parla di Rocco che è depresso perché… come si fa a fare sesso senza amore? Storia di un amore clandestino, un albergo a 1/2 stella (1 stella, magari! No, non la vale proprio una stella ma soltanto mezza sì). Però nessuno ti chiede i documenti all’ingresso, questo sì che è un vantaggio! La passione si consuma su un letto che cigola. Che stanza disadorna, però c’è un toro nel senso che c’è una paura, c’è qualcosa di vaga ascendenza astrologica un’amapola. Ma che cos’è un’amapola? È una farfalla è un fiore, dissero Mempo e Giuliano.

Si ode il fracasso di una festa che rovina quella festa. Conte canta «Un vero acrobata», spagnoleggiante fantasia con un glorioso y gran final.

Giuliano Soria presenta Mempo Giardinelli. Abruzzesi le sue origini ma lui nasce nella regione più piana dell’Argentina, milleseicento chilometri lontana dal mare più vicino. Mempo il mare l’ha conosciuto soltanto a diciott’anni. Una “gita” era andare verso la montagna più vicina; distava solo settecentocinquanta chilometri da casa. Negli anni Settanta il terrore e lo schifo della dittatura militare, Giardinelli e il suo esilio in Messico dal 1976 al 1984. Montagne e mare anche lì! Nel 1984, tornato in Argentina, si è fatto la promessa di incontrare la vera montagna del suo paese. Cinquemilaseicento chilometri, catena di montagne enormi, argentine e cilene, le Ande.

Patagonia misteriosa, la si ama partendo dalla letteratura. È quasi un deserto, un territorio grande due volte e più della Francia ma ci abitano soltanto 1.500.000 anime. Oceano Atlantico del Sud, la vedi, la Patagonia come un tavoliere o come un altopiano, una strada verso il mare e, alla frontiera con il Cile, ci sono tra le più belle montagne del mondo. Non sono montagne soltanto belle, sono mirabilmente silenziose, nella solitudine più priva di parole e di suoni.

Nel gennaio 2000, in viaggio con Fernando Pelé (di Valencia) – due ragazzini di cinquant’anni, loro due soltanto sulla Ford Fiesta di Mempo Giardinelli – dodicimila chilometri per cammini che non puoi chiamare strade. Mai hanno cambiato una gomma, un viaggio avventuroso, fantastico e pieno di mistero. Lo scrittore argentino quattromilanovecento chilometri lontano dalla sua casa. Il Monte Fitz Roy non lo raggiungono, non è possibile scalarlo! Montagna cattedrale che ti fa vivere un’emozione mistica. Rocca bellissima inespugnabile, sempre innevata. Mempo non la vive come una scoperta geografica, è un luogo dove lui desidera sempre ritornare. Sarà per l’anno venturo? Lo scorso viaggio è stato continentale, dal mare verso la montagna. Il prossimo costeggerà, esplorerà le isole.

Soria ci legge Ghiacciai, romanzi e poliziotti dal romanzo di Giardinelli verso il Ghiacciaio Perito Moreno. Massa immensa di neve e di ghiaccio estesissimo e vivo nel suo movimento impercettibile e costante. Slavine che producono colpi come palle di cannone che fanno tremare l’università più “vicina”, 34 turisti morti su quel ghiacciaio. Evoca quadri di una bellezza dolorosa.

Giardinelli ci racconta di Perito Moreno. Francisco Moreno è il suo vero nome. Era un geologo, speleologo, archeologo, un avventuriero, un uomo che sognava la scoperta del territorio patagonico. La Patagonia è popolata da quattro, cinque etnie. I tehuelches sono la maggioranza, gli altri a noi noti sono i mapuche. Essi abitavano un terreno difficile da circumnavigare. Nel 1880 Perito Moreno la esplora per trent’anni con un cavallo e un cane. Trova un bel rapporto con gli indiani prima che la “civilizzazione” ammazzasse tutte le etnie, le popolazioni autoctone ed è un’onta tremenda sia per l’Argentina sia per il Cile.

Nel 1907, Francisco Moreno ha trovato il petrolio. Da quel momento in poi, lo chiamarono Perito. Perito Moreno per tutti. Il titolo riferito all’uomo aveva sostituito il suo vero nome.

L’emozione incredibile di camminare sul ghiacciaio. Immaginiamo centocinquanta chilometri di ghiaccio, una massa viva, ogni giorno questa massa cammina un metro, un metro e mezzo ogni giorno, quotidianamente cammina lungo la superficie della Patagonia. Luogo della poesia, la Patagonia, un luogo che ti lascia senza parole. Giardinelli non ha scritto il libro dopo il viaggio ma dentro il viaggio, con il computer portatile in macchina, giorno dopo giorno, come un testimone.

Qual è la dimensione emotiva, spirituale dello scrittore argentino rispetto a quella espressa da Bruce Chatwin e da Luis Sepulveda, come si confronta con questo mito?

La cosa più commovente del viaggio è stata la solitudine, la vicinanza con l’ecosistema senza televisione, cinema e giornali. Non ci sono. Il contatto con il resto del mondo è la radio, l’unico medium possibile in Patagonia. La radio è un servizio dello stato, ma è uno strumento che ti lascia libera l’immaginazione. Andando in macchina i due amici ascoltano tutto il giorno questo mezzo pubblico che attraverso l’etere cerca di colmare le enormi distanze tra un familiare e l’altro, impressionanti lontananze.

Un giorno incontrano un ciclista, un Chisciotte senza don. Chisciotte e basta così. La strada lì è davvero impossibile. Viene incontro a loro una figura scheletrica su una bicicletta con due borse, una orribile bicicletta, una porcheria di bicicletta. Si incontrano presso un benzinaio, una stazione di servizio dislocata ogni trecento chilometri. Quel ciclista puzza come se da un anno non si facesse una doccia. Si parlano, l’altro uomo è inglese. Fa il giro del mondo in bicicletta ed era partito undici anni prima da Londra. Questa è la sua terza bicicletta in dodici anni ma lui ancora non sa quale sia il suo destino.

Parco Nazionale del Fitz Roy. Mempo Giardinelli parla con la gente del posto: una famiglia cilena e una famiglia argentina. Ci sono i condor – mentre lo ascoltiamo nel locale lungo i Murazzi, sullo schermo, mentre lui parla, scorre un film di una ONLUS argentina, l’equivalente della Pro Natura – tutto intorno tace. Il senso filosofico di queste due famiglie lo ha impressionato. Studiano per poter lavorare.

Il vento della Patagonia, così caro all’amico di Borges, questo poderoso vento sbatte, sposta tutto nel luogo marino. Vento come lontananza dal mondo, isolamento che ti sconvolge per la sua immensità, immensità imparagonabile alle nostre montagne, alle nostre Alpi.

In Patagonia non esistono gli sport invernali perché è quasi impossibile praticarli. Ma forse negli ultimi anni qualcosa può essere cambiato, dato che con quattro ore di volo da Buenos Aires si può arrivare. Ma poi, lontano dall’aeroporto, mancano le strade.

Il mito della Patagonia è molto solido, per la sua immensità, per l’incontro con la natura primigenia. Giardinelli afferma che essere scrittore in Argentina, negli ultimi trent’anni, è un’esperienza di alta valenza filosofica e vive quest’esperienza con un forte e crescente coinvolgimento.

Prima, lo scrittore era Borges e la sua scrittura era dedicata al fantastico, perché non esisteva lo Stato e, pertanto, non era possibile che vi fosse un coinvolgimento tra lo scrittore e la realtà.

Nel 2003 vivevano, in Argentina, popolazioni poverissime che vedono, ancor oggi, i propri ragazzi abbandonati a loro stessi: vivono sugli alberi e sono vittime di un infame tradimento sociale e politico.

Prima, a causa delle dittature, abbiamo subito i trentamila desaparecidos, nel cuore del Sudamerica. La Patagonia è lontana, lontana dal mare, quant’è lontana la montagna; è il centro, il cuore dell’America Latina.

Quando una repubblica è in fallimento, manca totalmente lo Stato, non c’è alcuna forma di assistenza pubblica. Non v’è alcuna metafora: è la durissima realtà. Analfabetismo, malattie, povertà.

Mempo Gerardinelli è presidente di una ONLUS. Lo scrittore argentino ha inventato una fondazione per favorire la lettura in ceti subalterni avvicinandoli al Grinzane, porgendo la lettura come chiave di interpretazione della vita. «Ma, se i bimbi non hanno da mangiare, come fai a promuovere il libro?». Per questo la fondazione si occupa delle necessità immediate della popolazione infantile nella provincia del Chaco, con un tasso elevatissimo di povertà fra la popolazione, per la maggior parte indigena.

Dodici anni di Carlos Menem, corrotto presidente che ha privatizzato il paese.

Dal 2003 è ricominciata l’educazione ma per tre anni lo Stato è stato del tutto latitante.

Giorgio Conte ci propone un intermezzo piacevolissimo con una canzone d’amore, d’amore per una casa ferita a morte da un’autostrada.

Innamorarsi di una canzone: è la storia di un ladruncolo che riesce a far tutto perché i gendarmi per un certo tempo gli lasciano fare proprio tutto. Ma, derubando una ragazza, lui fece un’azione fatale che gli costò una lunga prigionia fino alla fine dei suoi giorni.

«Ci sono popolazioni nomadi nella Terra del fuoco?», domanda Giorgio a Mempo, perché le chansonnier ha una sua chanson narrante di nomadi giustappunto e se ci fossero dei nomadi laggiù nel fondo della Patagonia, giù nel gelo della Terra del fuoco, ebbene Giorgio la dedicherebbe proprio a loro. «Ci sono nomadi laggiù? Boh? Vabbè, io ve la canto». Siamo ad Asti prima della guerra, il Virginia al bagno… donna discinta che stava per prendere il bagno e i maschi, finalmente, potevano vedere una donna nuda che faceva, appunto, il bagno ma l’acqua non era quella dentro la vasca, non c’era nemmeno una vasca, c’era un secchio pieno d’acqua e in quell’acqua c’era un sigaro Virginia, il Virginia al bagno, «signore e signori eccolo!». Come, correttamente prima, recitava il titolo, è lui! Delusa e sola se ne resta la voce che trionfante aveva testé annunciata una forte emozione, la donna – nuda – nella vasca! Ma lo speaker annunziò una emozione destinata a restare delusa. «Che diverso Virginia il bagno si fa!».

Sempre per rimanere in tema, un’altra canzone parla della festa patronale di San Secondo. Dalla piazza, già da lì ti riempivi le narici d’irresistibile profumo di tigli. Nella confusione delle giostre si vedevano donne, si fumava di nascosto in piazza d’armi che era il posto migliore per fumare sigarette clandestine. Ci si stava bene a fare tutto questo anche ai piedi della statua dell’Alfieri nell’omonima piazza.

Un’ultima canzone, canta Giorgio Conte, ed è una giornata al mare, le risate delle signore, la cameriera che pare straniera, un’auto che sa di vernice e di velocità, bambini gridare, palloni danzare. Una fotografia lontana dal mare, un geranio su un balcone. Una vita passata tutta a guardare le stelle lontane dal mare. Una giornata al mare, tanto per non morire. Solo un geranio e un balcone.

Massimo Eugenio de Luca

13 febbraio 2004

Link: 15 maggio 2019

Se vuoi la pace pewpara la pace

Altri miei testi