Iginio Bonazzi: la punteggiatura e la sintassi diventano espressive

Di solito si considera della punteggiatura la sola forma scritta e non si avverte quanto essa sia importante nel parlato.

Punto, virgola, punto e virgola, o due punti organizzano la costruzione dei periodi fra loro, la struttura delle frasi che le compongono. Donano a un brano in prosa la chiarezza e l’efficacia volute, ne mettono in evidenza il valore sintattico.

Oltre a questo valore, di grande interesse è il compito pausativo:

In certi punti del discorso è bene sospendere la voce e frapporre quella che chiamiamo «pausa» tra una parte e l’altra.

Indica dove vadano collocate le nostre «sospensioni di voce» che, proprio dalle pause, vengono puntualizzate e rese più chiare. In questo preciso punto anche la voce dovrà subire una pausa particolare: il segno grafico grammaticale viene così tradotto in espressione vocale; la sospensione di voce mette in evidenza la sintassi.

Vediamo ora il valore espressivo, intuitivo, poiché l’essere espressivi è una dote strettamente individuale.

Prender tempo tra soggetto e verbo, verbo e complemento, per riuscir a far meglio risaltare con la voce il valore della proposizione principale nei confronti dei suoi complementi e dare il giusto peso ad ognuno di essi, ma ci accorgiamo subito che anche qui è ancora in gran parte dominio della sintassi e non della pura espressività.

Il valore espressivo viene messo in risalto con l’indicare dove e quando abbassare la voce, dove e come cambiare tonalità.

Ogni parentesi, ogni frase relativa e incidentale assume in questo modo un suo preciso significato e spessore.

La sintassi, grazie agli elementi espressivi della voce, «colore», «tono», «volume», «tempo», «ritmo», «mordente», esprime la sua dote comunicativa

la sua necessaria presenza al fine dell’esposizione e non solo per una astratta esigenza di correttezza formale. Risulta facilmente intuibile che la sospensione fra un verbo ed i suoi complementi avrà maggior senso e validità se la tonalità con cui si pronunceranno entrambi sarà calibrata allo scopo, se la timbratura sarà giusta e così via. Sarebbe veramente inutile che tutto l’apparato di regole che l’uomo ha inventato per ordinare i periodi prosastici, rimanesse ancorato al solo scritto.

Ci siamo resi conto che, anche quando la teoria appare come arida nella sua esattezza, emergono la capacità di ognuno nell’elaborazione del testo, il senso estetico, le doti creative del singolo.

«Pausa» e «sospensione», con quegli attimi di silenzio che avvertiamo tra una parola e la seguente, tra un concetto e il successivo, ecc., giovano alla comunicazione emotiva che unisce chi parla e chi ascolta.

Grosso patrimonio di attori ed oratori, la «pausa» soccorre a lasciare invariatamente viva e attenta l’attenzione dell’ascoltatore.

Fa comprendere a chi ascolta l’intero discorso e non soltanto qualche frase isolata.

Insieme alla sospensione, la pausa dà al testo quell’efficace intonazione che suscita «una speciale corrente di simpatica attesa di curiosità, di divertimento».

Bisogna saperne dosare gli effetti, con la massima attenzione. Oltre che nelle pause, è bene non eccedere nelle «poggiature» o «coloriture», nel fraseggiare, nelle «quantità espressive della voce». L’eccesso rovina i migliori propositi.

Ribadiamo che le sospensioni vocali non possono e non debbono essere dei buchi incolmabili nel fluire del ritmo espositivo, bensì servire a preparare un concetto, una parola che si voglia investire di particolare efficacia; oppure ancora a dilazionare un effetto satirico, comico, triste, o di qualsiasi altro tipo.

L’obiettivo dell’oratore è continuare il filo del discorso anche nella sospensione. Susciterà simpatia e interesse negli uditori, portandoli a ricevere, attivamente, ciò che il discorso ha voluto significare.

L’oratore, in particolare colui che opera a fini educativi o terapeutici, deve saper dotare il discorso di un particolare ritmo senza tuttavia compromettere la «comunicabilità dell’intervento». Egli deve saper sostenere il fluire del discorso anche in presenza di «una cadenza pausata e ben articolata».

L’eccesso di «effetti» o «coloriture» vocali può nuocere grandemente alla «costruzione del periodare».

Mettendo troppo in evidenza la costruzione sintattica si rischia di compromettere la lettura. Ricorriamo, dunque, ai mezzi espressivi della nostra vocalità per poter individuare i punti critici della costruzione della frase. Sorreggendoli.

Smusseremo poi la durezza delle «regole», sì da farle giungere fluide e sciolte all’ascoltatore in modo da sfruttare al massimo la frase scritta senza renderla ostica.

L’uditore deve comprendere e trovare piacevole ciò che gli viene detto, non ci stancheremo di ripeterlo a costo di essere monotoni, solo allora la lettura diviene opera di illustrazione del contenuto ed al tempo stesso mette in luce la bellezza del linguaggio adoperato, trasformandosi in vero comunicato estetico.

Iginio Bonazzi, Oskar Schindler, Dico bène?, Principi di dizione, analisi acustica ed articolatoria, Edizioni Omega, Torino, pagine 29-30.

Gli elementi espressivi della voce, «colore», «tono», «volume», «tempo», «ritmo», «mordente» sono trattati dalla pagina 30 alla 45.

Massimo Eugenio de Luca, 12 agosto 2019