Una data simbolica

Una data simbolica, 27 gennaio per non dimenticare. Non mi è bastato più stare in casa a leggere, raccogliere dati e testimonianze, meditare sui libri, seguire la radio e la televisione che, finalmente, in questa giornata della memoria sono davvero un servizio pubblico che informa, educa, sconvolge. Avevo bisogno di testimoniare non solo con il pensiero, dovevo esserci in qualche modo, corpo fra i corpi, presenza all’interno di una comunità.

In piazzetta Primo Levi, davanti alla sinagoga c’è un cancello, presidiato dal servizio d’ordine. Non basta la presenza continua della polizia o dei carabinieri. A turno uno di loro, un uomo della comunità ebraica di Torino, deve vigilare, fare da filtro all’ingresso, far passare uno alla volta, deve guardare negli occhi chiunque voglia entrare, perquisire borse; in particolare d’estate anche le tasche, è gentile, si scusa, ma io, che vengo perquisito a ogni visita in quel luogo che mi è caro, lo ringrazio perché vigila, perché con il suo impegno ribadisce «mai più».

Discesi quei gradini, oltre il cancello si raggiunge la biblioteca che riempie di millenaria saggezza, testimonianze e dolore tutte le pareti. Il sapere custodito e tramandato dai libri, ma a leggerli siamo sempre di meno, i media prediligono mezzi più rapidi, schematici, lontani dall’approfondimento e dalla meditazione.

Intorno a quei volumi tutto il pavimento era coperto di sedie contro ogni elementare misura di sicurezza, perché eravamo tanti a testimoniare, all’inizio soltanto in due accovacciati per terra, c’erano persone sedute sul tavolo delle consultazioni, persone appoggiate ai vetri della libreria e, ancora, in piedi nel corridoio, non c’era un pilastro libero.

I relatori ci hanno guidati per partecipare al tentativo di capire come sia stato possibile che quasi sette milioni di ebrei, su una popolazione di diciotto milioni, siano stati annientati, la loro uccisione sistematica come paradigma di altri stermini. Mi sono reso conto della mia ignoranza, e non sono in grado di riferire sul lavoro degli storici, dei filosofi, degli studiosi dei media che sono intervenuti, loro da decenni sono a contatto quotidiano con quell’immane tragedia, il lutto incancellabile per almeno un membro della loro famiglia.

C’era un forte raccoglimento, ci siamo imbattuti in un lucido sguardo terrificante sul Novecento e sulle sue troppe incomprensibili stragi. C’erano delle chiavi di lettura che spero di trattenere dentro di me, conservando qualche punto cardinale, per poter ricercare le fonti indicate. L’importanza delle parole perché non vi fu solo genocidio ma democidio.

Ascoltavamo in silenzio, rotto talvolta da un leggero brusio: vedevi che c’era, da parte di qualcuno, la necessità di consultarsi con il vicino ma era palpabile il senso di appartenenza, l’essere l’uno vicino agli altri, noi immersi in una solidarietà che non scatta solo in un giorno simbolico. E un uomo anziano iniziò a urlare, dopo due ore e mezza di profonda attenzione da parte di tutti. Quest’uomo urlava «il male assoluto è la bomba atomica, le due bombe atomiche sganciate dagli americani. Vergogna,… i gulag sono menzogna, questi professori che non ci dicono la verità devono chiederci scusa e vergognarsi, perché se tutti noi siamo vivi lo dobbiamo a Stalin…». Urlava come un ossesso ed era grosso come un grosso armadio, ha tentato di aggredire non solo verbalmente i relatori, minaccioso verso chi, in particolare, aveva parlato dell’Unione Sovietica. Quest’uomo, dichiaratosi uno perbene, nato nel 1930, antifascista, si è accanito contro chiunque cercasse di calmarlo, non sono bastati un agente in borghese e uno in divisa, che i relatori l’abbiano coraggiosamente lasciato delirare in mezzo a loro. Né riuscivano a placarlo né a ribadire le loro ragioni. Nulla si può fare contro chi ti aggredisce verbalmente e minaccia di farlo anche fisicamente. La tavola rotonda è stata così spezzata, siamo stati invitati a disperderci, ad andare via. Sono riusciti a calmarlo, alla fine, ma hanno dovuto proteggere i relatori dai suoi strattonamenti, sono stati pazienti, sono riusciti ad accompagnarlo fuori. I poliziotti lo hanno poi interrogato ed è risultato essere uno che manda all’aria, con questi suoi deliri, i dibattiti che riguardano gli ebrei. La prossima volta non lo faranno passare più e non minaccerà più quel luogo già quotidianamente minacciato.

E, ogni giorno che passa, alle criminali argomentazioni tragicamente classiche dell’antisemitismo, al revisionismo, si somma la negazione stessa dello stato d’Israele.

Non possiamo più dimenticare e tutti noi dobbiamo vigilare perché davvero, in ogni parte del mondo, non accada più lo sterminio che il 27 gennaio, e sempre, ricordiamo.

Massimo Eugenio de Luca

27 gennaio 2004

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