Una domenica a Mazzè

Città d’arte a porte aperte:

9 maggio 2004, una domenica a Mazzè 

Il nome Mazzè deriva da Mattiaca (meglio conosciuta come Morgana), la dea celta signora della guerra e dei guadi. Non a caso, il primo insediamento sorse, 2500 anni fa, vicino agli unici guadi praticabili sulla Dora Baltea. Gli abitanti della semidistrutta Mattiacos romana, in fuga dalle razzie che gli Ungari sferrarono nel 924 e nel 954, iniziarono a costruire una fortezza dall’aspetto ancora rurale, difesa con terrapieni di terra battuta protetti con palizzate, filari spinosi e una cinta muraria sul versante più elevato. Al suo interno, lungo un viottolo principale che saliva fino al culmine del colle, presumibilmente v’erano capanne in legno, provvisorio rifugio per uomini e animali. Questo impianto di base, seppur modificato e ridotto, dai primi anni dell’xi secolo tramanda quello che fino al 1840 fu il nucleo del feudo dei conti Valperga Mazzè: il centro storico, sovrastato dai due castelli, con il ricetto e il suo intrico di viuzze. Nel XVIII e nel XIX secolo, seguendo la moda parigina e londinese della casa di campagna come rifugio per sfuggire alla calura patita in città, le famiglie nobiliari di Torino iniziarono ad acquistare e a demolire o ad accorpare gran parte delle vetuste case del ricetto – lasciate vuote dalla popolazione che ormai s’era trasferita in pianura – ed edificarono al loro posto ville e parchi.

I due manieri, che dal 1141 furono proprietà dei conti Valperga di Mazzè, dominano tutt’intorno. Il Castello Piccolo fu costruito nel XIII secolo su rovine di origini romane e celte. Nel XV secolo fu eretto il Castello Grande.

Il feudo, nonostante i trascorsi fasti e il prestigio di Giorgio Valperga – ciambellano e generale dell’imperatore di Germania, Sigismondo di Lussemburgo – fu occupato dal re di Francia, Francesco i, nel 1515, e subì il declino di tutta la casata che si estinse nel 1840, quando Francesco Valperga morì senza eredi diretti. Eugenio Giulio Carlo Maria Brunetta conte d’Usseaux – Segretario del Comitato Olimpico Internazionale – nel 1897 iniziò a ristrutturare entrambi i castelli realizzando la reinvenzione neogotica dell’architetto Giuseppe Velati Bellini, uno dei promotori dell’Esposizione del 1902. Dalla morte del conte Brunetta d’Usseaux, avvenuta nel 1919, il complesso monumentale subì un grave degrado sino al 30 giugno 1978, quando Pier Corrado Salino di Cavaglià acquistò i due castelli e le loro dipendenze. Gli immediati restauri risanarono i danni gravissimi inferti da speculazioni, vandalismi e furti. Con decreto del 13 gennaio 1981, il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali lo riconobbe quale Monumento Nazionale.

Dal 25 giugno 1986, il Castello Grande è visitabile il sabato e la domenica, oppure su appuntamento. È un luogo discreto e sicuro, ideale per ambientarvi congressi, convegni, cene di gala e matrimoni celebrati con il rito storico, suggestiva cerimonia fondata sugli antichi testi della cavalleria. La cinta muraria custodisce la grande piazza d’armi, le pregiate piante dei giardini interni e l’ampia terrazza sulla discesa del Bosco Parco incontro alla Dora Baltea.

Dal Rivellino, il principale bastione difensivo, lo sguardo spazia su Monferrato, Torino e Superga, il Canavese, il Monviso, il Gran Paradiso e gran parte dell’arco alpino occidentale.

La Corte Nobile dà l’accesso alle due sale gotiche e alle tre sale settecentesche del primo piano.

Lo scalone d’onore ci fa ascendere al secondo piano tra sale e salotti “a tema”, i putti, le stagioni, le spade, culminanti nel quattrocentesco salone delle armi.

La Corte dell’Arancera accoglie il caffè ristorante L’Orangerie, impreziosito da stemmi d’epoca medievale.

Lungo il percorso sotterraneo della parte più antica del castello, articolato in prigioni e ghiacciaia del xiv secolo, sotterranei romani e cisterna d’assedio del II secolo a.C., cripta celtica del X secolo a.C., antro degli eretici e cappella funeraria del XV secolo, è allestito il Museo della tortura.

Dalla prima torre di guardia dei bastioni occidentali, la riserva naturale protetta, denominata Bosco Parco, è inizialmente una mulattiera, con tratti impervi, tra le querce, i faggi e i frassini. Poi discende più dolcemente divenendo strada panoramica tra boschetti di altri frassini, aceri, palme e sambuchi e prosegue ancora lungo la piana della Dora Baltea tra i resti romanici di Santa Maria Maddalena apud pontem, la romantica darsena, il tumulo esoterico e il bosco di bambù e il suo percorso iniziatico.

Al di fuori delle mura, la stradina in discesa conduce alla piazza sulla quale è stata edificata la chiesa parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio. L’aspetto gradevole dell’edificio è il risultato dell’ampliamento trecentesco, a tre navate, sulla preesistente chiesetta romanica del XII secolo che fu scelta dai conti Valperga come loro cappella gentilizia. Ampliamenti e rifacimenti in stile tardobarocco hanno dato alla chiesa parrocchiale una sua quieta armoniosità.

Al fondo della navata destra, nella cappella detta del castello, tra magnifici paramenti riposa Francesco Valperga, l’ultimo conte di Mazzè.

Usciti dalla porticina della navata sinistra, troviamo la torre del ricetto, da tempo adibita a campanile. Dall’alto della cella campanaria lo sguardo plana sulla pianura sino alle Alpi.

A pochi passi dalla torre il parco della Rimembranza offre un belvedere sul vallone della Dora e sulla pianura vercellese.

Quindi ci addentriamo nel passaggio coperto che conduce al vecchio municipio. Elegante nelle proporzioni e nel suo porticato è un palazzo neoclassico, costruito nel 1759, ormai abbandonato e in attesa di restauri.

Proseguendo la passeggiata sulla via Pescatore scorgiamo le piante esotiche del parco della romantica Villa Maria Luisa, scenario dell’amore univoco e tutto epistolare che Francesco De Sanctis, esule a Torino, dedicò alla giovanissima proprietaria, la marchesa Virginia Basco.

Un’altra bella villa è nota come La Torretta e richiama nell’aria neoclassica i palazzi dei nobili di campagna francesi e inglesi, con la sua torre merlata che non passa inosservata.

La via Perino attraversa, discendendo lungo tutto l’antico ricetto fortificato, costeggia una sorprendente chiesetta in stile neogotico.

Seguendo le indicazioni per la via Francigena, si ripercorre l’antica via romana che collegava Quadrata (Verolengo) a Eporedia (Ivrea), in un’atmosfera silenziosa, passeggiando sotto gli alberi sino alla chiesa di Santa Maria detta della Madonnina. In origine romanica, con già elementi gotici, fu trasformata nei primi anni del Settecento nel suo pulito aspetto neoclassico piacevolmente inserito nella natura circostante.  

Massimo Eugenio de Luca

10 maggio 2004

Quadro di Elena Mokeeva

Quadro di Elena Mokeeva
Foto di Elena Mokeeva

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