Monk and Wolf

I miei occhi sono rivolti avanti, passa non molta gente, sconosciuti camminano. Poi due mi salutano venendomi incontro. «Ma come non ci riconosci?». Più che atterrare casco da chissà quale nuvola. Filippo e Luisa, ovvero i Baricco! Sorpresa, non sono due ma sono tre: c’è anche Nadia, la sorella di Filippo. Ma dove l’ho già vista? Qualche ora più tardi, in macchina con loro, scopro che Nadia abita nella stessa casa di una delle mie sorelle, Antonella; Torino, un po’ metropoli e un po’ paese… Già ma io chi stavo aspettando? Daniela e Valeria portano anche il mio biglietto (che gentili a pensarci per tempo!). Giunge anche Elena, un’amica di Valeria. Marcella invece non è venuta per assistenza domiciliare ai suoi cari. Siamo tutti qui al Piccolo Regio Puccini, il 17 gennaio 2004, scendendo diversi gradini nel ventre di Torino.

«Io presento ma sono qui anche per suonare» dice Umberto Petrin. Ragazzi che pianista! L’avevo già sentito a Mantova, in settembre (con me c’erano Giulia, Maurice, Antonella, Gianni). Tasti neri, tasti bianchi, pedale di risonanza e sordina, note su note, pause, rimbombo d’accordi e cascate di arpeggi, la coda del piano fa risuonare la sala mentre prendono vita le musiche di Umberto Petrin, anche compositore, Steve Lacy, Tom Waits, Cecil Taylor. Non è musica facile, racconta a modo suo, con raffinata intelligenza, fantasmagorie di tecnica e di timbrica, tutto il Novecento, mescola Europa e America, classica contemporanea, jazz estremo quanto può essere urtante Cecil Taylor suonato da sé medesimo, ma il magico suono di Petrin stavolta non mi fa scappare, lo seguo fino in fondo. Il cuore del recital è Tom Waits, frammenti di struggente tenerezza senza la sua voce sussurrata e roca, però il piano evoca una inedita magia. Ritmo folle ed esasperante alla mano sinistra fa assaggiare l’estro di Lacy: il suo sax soprano non c’è, tuttavia si immaginano tanti strumenti. Irrequieto e poi sospeso e lirico il brano iniziale di Petrin. Grande attesa per Misterioso, Stefano Benni e Umberto Petrin dedicano il loro intenso omaggio a Thelonious Monk, negli anni del suo lungo silenzio.

Ritmo spigoloso, irregolare, ogni nota con quella esitazione e imprevedibilità del suono appena scoperto proprio in quell’istante nel quale anche noi ascoltatori lo percepiamo, stupore dell’accordo davvero inedito, dell’arpeggio modernissimo e lievemente sghembo che si appoggia sull’ultima importantissima nota, un pianoforte ruvido eppure tenerissimo, spigoli brillanti, il crepuscolo con l’amata Nelly aspettando il mistero che si affaccerà intorno a mezzanotte. Diavolo d’un Monk.

Charly ‘Bird’ Parker, Billie ‘Lady sings the Blues’ Holiday, Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Stefano Benni li tesse, li fa vibrare con passione jazzistica e civile contro quell’America piena di odio razzista eppure ospitale, terra di libertà e di sedia elettrica, di guerre ingiuste che tentano di sembrare giuste e si arrogano anche il diritto, adesso, di essere preventive. Di vero c’è solo la menzogna del delirio onnipotente di certi politici americani di allora come di adesso.

Quanta disperazione e anche libero sogno di felicità, ribellione e desiderio d’amore accomuna Bird e Lady Blues!

La vertigine della voce dell’irresistibile narratore, Stefano ‘Lupo’ Benni, intriga in un viaggio tra parole e suoni che ricordavo aver vissuto a Mantova eppure ora è diverso nei tempi e nelle sfumature. Mentre Umberto Petrin costruisce atmosfere, citazioni, rivisitazioni non solo monkiane, dentro e oltre il terribile scorso millenovecento. Omaggio vivissimo, coinvolgente, stregante, doloroso, dal filo di voce al rombo dell’invettiva, pause impreviste che neanche Monk!

Come bis poesie e chiacchiere con il Lupo al quale tutti noi, amici di Alcatraz, vogliamo un sacco di bene e anche lui dimostra ogni volta di volercene moltissimo!!!

Daniela telefona a Mariangela, me la passa e io poi le passo Stefano: “

«Ciao Sharon!».

La sua giovane agente poi ce lo porta via. Difficile lasciarlo andare, anche lui è dispiaciuto di lasciarci.

Valeria ci porta a gustare dolcezze calde o gelate in due salette di via Po.

Una serata tra amici, conosciuti al suo Seminario sull’immaginazione (Libera Università di Alcatraz, estate 2003), che il Lupo fa incontrare qui a Torino.

Massimo Eugenio de Luca

Torino, 18 gennaio 2004

Misterioso

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